DON PUGLISI BEATO/ Ora la sua gioia è più grande di ogni odio

Palermo, Foro Italico, ore 10,48: il cardinale Salvatore De Giorgi ha finito di leggere la lettera apostolica di papa Francesco che proclama beato don Giuseppe Puglisi. FRANCESCO INGUANTI

25.05.2013 - Francesco Inguanti
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Immagine d'archivio

Palermo, Foro Italico, ore 10,48: il cardinale Salvatore De Giorgi ha finito di leggere la lettera apostolica di papa Francesco che proclama beato don Giuseppe Puglisi. Si alza lentamente il telone che ricopre l’immagine di don Pino, che sembra sorridere più del solito; oltre cento colombe si levano in volo sullo sfondo di un cielo azzurro e terso che adesso profuma di santità.

La commozione è tanta. Almeno 100mila i presenti. Ciascuno avverte una strana sensazione: quella di avere don Pino accanto, vicino e presente come quando era vivo; chi lo ha conosciuto lo ricorda così, come una persona innanzitutto vicina, pronta più ad ascoltare che a giudicare, disposta ad aiutare prima di capire.

Il cardinale Paolo Romeo nel saluto di commiato ricorda che adesso ci si può rivolgere al beato Giuseppe Puglisi con la preghiera, ma molti lo hanno fatto da tempo. La gente che sfolla porta non solo il ricordo di una splendida giornata, ma la certezza di avere adesso un nuovo amico che rimarrà per sempre al proprio fianco.

Nella lettera apostolica papa Francesco ha definito don Pino “pastore secondo il cuore di Cristo, insigne testimone del suo regno di giustizia e di pace, seminatore evangelico di perdono e riconciliazione”. Benché il testo sia stato letto in latino tutti ne hanno compreso il senso, perché tutti sono venuti a Palermo per condividere proprio il senso di quelle parole che sono state costitutive della persona e dell’opera di don Pino e che adesso sono patrimonio della Chiesa, quindi di tutti.

“Più guardiamo il volto di don Pino Puglisi, più sentiamo che il suo sorriso ci unisce tutti. Sorride ancora don Pino, e questo sorriso ci trasmette adesso anche la gioia soprannaturale della comunione gloriosa con Dio e con tutti i santi”.

Così ha esordito il cardinale Paolo Romeo nell’omelia. Un sorriso che unisce non perché frutto di superficiale allegria, ma perché nato dalla comunione con Dio.

Papa Francesco qualche settimana fa ce lo ha spiegato così: “Rallegrarsi è buono. Ma la gioia è di più, è un’altra cosa… È un dono. L’allegria, se noi vogliamo viverla tutti i momenti, alla fine si trasforma in leggerezza, superficialità, e anche ci porta a quello stato di mancanza di saggezza cristiana, ci fa un po’ scemi, ingenui, no?, tutto è allegria… no. La gioia è un’altra cosa. La gioia è un dono del Signore. Ci riempie da dentro. È come una unzione dello Spirito. E questa gioia è nella sicurezza che Gesù è con noi e con il Padre”.

Il sorriso di don Pino rivolto ad ognuno dei presenti era una testimonianza concreta e vivente dell’invito di Papa Francesco. Solo un sorriso che esprime gioia può superare lo sparo di una pistola che uccide e rimanere indelebile sia sul letto dell’obitorio dove andarono a trovarlo gli amici più cari, che anche a distanza di vent’anni, come si è verificato in occasione della riapertura della sua bara. Da oggi don Pino Puglisi è consegnato agli onori degli altari e alla preghiera dei fedeli. 

Cosa rimane, dunque?

Il cardinale Romeo lo ha spiegato così: “Il Vangelo di don Pino non era diverso dal nostro! La fede di don Pino non era diversa dalla nostra! Il suo martirio non ammonisce solo chi impasta religiosità  esteriore e accondiscendenza al male, ma ci interpella tutti, come comunità ecclesiale, a vincere ogni forma di male nel mondo… Ci chiama alla missione perché la nostra fede vincerà il mondo, solo se verrà testimoniata, secondo il binomio che, in Puglisi, sintetizzò insieme evangelizzazione e promozione umana”.

Un impegno profondo e rinnovato che trova conforto in don Puglisi, ma che non sottrae responsabilità a nessuno. I tanti giovani giunti a Palermo e che non erano neppure nati il giorno dell’uccisione hanno affermato in vario modo che don Pino è un esempio da imitare, magari senza giungere al martirio, aggiungevano a bassa voce. 

“I sorrisi di questa Chiesa possano intrecciarsi con il tuo, o beato martire Giuseppe, − ha concluso l’arcivescovo Romeo – e siano segno visibile di quella santità bella che Dio Padre ha preparato per tutti i suoi figli, e di quel futuro di speranza che questa terra considera a desiderare e fortemente si impegna a costruire”.

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