SUICIDIO CAROLINA/ Come può un adulto fronteggiare il male nel cuore di un figlio?

- Maddalena Bertolini

Il suicidio della giovane Carolina ha scosso l’opinione pubblica. Una ragazza di 14 anni che non regge al bullismo su internet di otto coetanei, ora indagati. MADDALENA BERTOLINI

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E’ successo cinque mesi fa, nella notte tra il 4 e 5 gennaio, Carolina si è gettata dalla finestra di casa sua, poco dopo essere tornata da una festa. Il padre era andato a prenderla in auto, non faccio fatica a immaginarlo: mezzo addormentato, bofonchiando contro i ragazzi tiratardi, la fatica di guidare e poi finalmente a letto, anche lei, quella figlia che fiorisce in fretta, che sta appena assaggiando il gusto di essere fatta donna. Ha lasciato un biglietto alla famiglia (lei lo sapeva che avrebbero sofferto) una colpa affidata alla carta, una denuncia tardiva che però, custodita, sta portando frutti.
Amarissimi certo, ma frutti: ieri sono stati arrestati otto ragazzi, suoi “amici” , coetanei, con la motivazione terribile di incitamento al suicidio e detenzione di materiale pedopornografico. Significa, detto in umili parole, che avevano delle immagini spinte e che l’avevano minacciata di metterle in rete, di darla in pasto al ludibrio di tutto il mondo. Perchè internet è totalizzante, è universale, è soprattutto irrimediabile.
Noi cominciamo adesso a parlare di cyberbullismo: sembra un termine fantascientifico, eppure quanti genitori si trovano a consolare lacrime di adolescenti offesi dai compagni, dagli amici di Facebook ? E si è già fatto un bel passo avanti quando tuo figlio ti racconta cosa è successo… almeno puoi capirci qualcosa, puoi cominciare a ragionarci assieme. Mi immagino la coltellata in pieno petto che hanno preso i genitori di Carolina, quando hanno scoperto l’accaduto, la persecuzione, o forse, per gli aguzzini, il gioco. Sono convinta che per quei ragazzi non fosse altro che un gioco, divertente, spinto. Reale fino a un certo punto. Ma Carolina ha messo un punto alla realtà. Irrimediabile.
Non è stata l’unica, abbiamo altri esempi in cronaca, tanti da far interrogare fior di esperti. Da far rivoltare nella tomba Rosseau, la sua teoria della natura umana, fondamentalmente buona, naturalmente appunto.
Cos’è il bullismo altrimenti? Una semplice manifestazione di forza, una dimostrazione di superiorità, una faciloneria nel somministrare pesanti scherzi? Oppure un emergere, in sordina certo, ma chiaro e terribile, che l’uomo è crudele se appena può, con chi gli sta accanto; la prima manifestazione di quel “homo homini lupus”?
Erano bravi ragazzi, come tutti diranno; interessati al sesso, come gli adolescenti. Come tutti quegli appartenenti ai “branchi” di minorenni che si organizzano per stuprare una malcapitata vittima. Come sta bene la parola “branco” con la parola “lupo”… Perché ci stupiamo che nel cuore dei nostri bravi ragazzi ci abiti un pizzico di crudeltà? Perché i cosiddetti social-network diventano strumenti di tale sadismo? Sono loro i colpevoli? Non credo, siamo onesti. Sono solo dei megafoni, che mandano voci umane, immagini, parole, insulti, dappertutto. Incontrollabili. Irrimediabili. Ma, ripeto, danno risonanza a voci umane. 

Chiosso, intervistato dal ilsussidiario.net, diceva che i nostri ragazzi hanno bisogno di “un bagno di realtà”. Verissimo.
Sono adolescenti, fragili, tormentati, alla ricerca del sé, alla scoperta del sé. Minorenni, siamo noi ancora responsabili per loro: responsabili, cioè capaci di risposta, ciò vuol dire che loro appunto non ne sono ancora capaci. Non diamo loro in mano un’automobile, potrebbero morire; o ammazzare.
Allora, vogliamo renderci conto che anche Internet è una bellissima macchina? E si schiantano, lo vediamo. Magari dentro quel “sè” che incontrano.
Questo bellissimo strumento che l’uomo ha inventato, la rete, i social-network, tutto ciò che li riguarda, sono così nuovi. Cominciamo adesso a sperimentarli, li diamo in mano così ingenuamente ai nostri ragazzi.
Forse c’è bisogno di fermarsi a guardare, di stringere un patto, di tutela. Non li demonizziamo, ma impariamo a usarli bene. A usarli “per” il bene.
So che pare una cosa impossibile, esiste sempre un rovescio della medaglia, un uso distorto di qualsivoglia strumento.
Ma proprio tenendo ben presente questi due fattori, cominciamo a lavorare per il meglio: c’è l’uomo, con la sua natura, che è duplice, che è corruttibile, che assaggia volentieri il male, l’egoismo, tutto ciò che sa di negativo (i ragazzi ci passano, lo sperimentano, oserei dire che devono farlo); e il mezzo, che è totalmente libero, che ha fatto di questa libertà la sua ragion d’essere, che non riusciamo/vogliamo imbrigliare.
Lo sappiamo, per far crescere un uomo, il suo cuore, lo si deve educare, lo si porta a scegliere il bello, il bene, per sé e per gli altri. E il mezzo? Non ha forse bisogno di “educazione”? Questa la parte più controversa, non la più difficile.
Perché la parte difficile è la prima.
Che tocca tutti gli educatori, i genitori e poi la scuola e poi, di conseguenza, tutto il mondo adulto che i nostri ragazzi incontrano. Che li giudica, che li usa, a volte, che li ignora. Ma anche che li arresta, come per questi otto. 
E li educa, cioè li mette di fronte al bene e al male. Quello fatto.
E alle conseguenze.
I nostri figli hanno bisogno di tutele. 
Ma anche di conseguenze.



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