IL CASO/ A 5 anni uccide la sorellina di 2: la libertà degli Usa vale davvero la vita?

- Michael Eppler

MICHAEL EPPLER commenta la morte di una bambina colpita dal fucile “giocattolo” del fratellino e pone in rilievo i veri problemi al fondo del dibattito in Usa sul controllo delle armi

sandy_hook_r439
InfoPhoto

USA – La Contea di Cumberland nel Kentucky è costituita da una sfilata di colline a ovest della catena degli Appalachi. Un distretto rurale i cui abitanti sono fieramente indipendenti, discendenti di cacciatori, distillatori clandestini e minatori. Un ambiente in cui è duro vivere da un punto di vista economico.

Martedì, 30 aprile, un bambino di cinque anni della Contea stava giocando con il suo “Cricket” (grillo). Il “Cricket”, un fucile di calibro 22 progettato per essere utilizzato dai bambini, era un oggetto abitualmente presente nella casa, di solito appeso a una parete, e il bambino ci stava giocando come con un giocattolo. La prima regola che i genitori dovrebbero insegnare è che “un fucile non è un giocattolo”.

Il bambino ha tirato il grilletto e una pallottola ha colpito la sua sorellina, uccidendola. I genitori credevano che il fucile fosse scarico, ma ecco la seconda regola: “i fucili scarichi devono essere sempre trattati come se fossero carichi”.

Diversi elementi hanno portato alla morte di una bambina di due anni: una sottocultura che insegna a usare le armi in tenera età, l’incapacità di un bambino di cinque anni a maneggiare appropriatamente un fucile, la irresponsabilità di genitori che non avevano messo la sicura al fucile. Il medico legale ha stabilito che la morte è stata “accidentale”, ma non si può negare, purtroppo, la negligenza dei genitori.

Questo tragico evento si inserisce nel quadro del dibattito attualmente in corso sul rapporto degli americani con le armi. Da una parte vi sono quelli che difendono il Secondo Emendamento, senza restrizioni o modifiche, non solo come “il diritto di portare armi”, ma anche per difendersi “dalla tirannia del nostro governo”. Dall’altro lato, il nostro Paese sta ancora piangendo la morte dei piccoli innocenti della strage di Newtown e degli altri insensati massacri nelle nostre scuole, cinema, luoghi di lavoro e centri commerciali. La gente vuole vivere senza la paura di essere presa di mira da armi da fuoco usate irragionevolmente.

Purtroppo, dopo la tragedia di Newtown (dove una sparatoria in una scuola elementare ha causato una trentina di vittime lo scorso dicembre), il Vicepresidente e l’Amministrazione hanno preso una posizione politicizzata, rendendo difficili soluzioni concrete, mentre la “Gun Lobby”, la lobby delle armi guidata dalla National Rifle Association, è riuscita a limitare il dibattito al Congresso, creando così ancora una volta una situazione di stallo. Invece di un aperta discussione in assemblea, entrambe le parti hanno preferito lanciarsi in immagini retoriche e reciproche accuse.

L’affermazione “le armi non uccidono, sono gli uomini che uccidono”, non è priva di valore. Sono persone psicopatiche, ferite, arrabbiate che uccidono, con armi da fuoco, ma anche con bombe in pentole a pressione, come a Boston, o con furgoni carichi di fertilizzanti usati per far saltare edifici federali. Sono gli esseri umani che uccidono gli esseri umani e gli americani devono trovare il modo di limitare l’accesso alle armi di persone vulnerabili mentalmente o emotivamente. Tuttavia, vi sono anche cittadini responsabili che fanno un uso corretto delle armi che posseggono.

Da ragazzo sono stato educato a usare correttamente le armi dai Boy Scouts d’America. Questa educazione mi ha salvato la vita nel 1985, quando un amico mi ha puntato una pistola carica in faccia, convinto che fosse scarica. Ho immediatamente deviato la canna e il colpo si è schiantato sulla parete: “tutte le armi sono sempre cariche”. A seguito di questo evento, ho fatto una donazione ai Boy Scout locali perché insegnassero l’uso corretto delle armi a tutti gli scout che frequentano i campi estivi. Ho messo una sicura a tutte le armi in mio possesso, non facile da rimuovere. Tutti i miei figli hanno maneggiato armi e a due di loro piace venire a caccia con me.

La domanda che nessuno si pone è “che violenza c’è nei nostri cuori, nel nostro cuore collettivo americano, che spinge delle persone a uccidere senza ragione altri esseri umani?” Quale “dissolvimento”, quale Chernobyl, per usare la metafora di don Luigi Giussani, sta avvenendo in questo cuore americano? La mia esperienza è che stiamo diventando sempre più irragionevoli e violenti nella nostra vita quotidiana: possiamo anche essere incapaci di uccidere 65 persone con un fucile, ma se ci guardiamo dentro, quante persone vengono uccise dai nostri veleni e dalle nostre meschinità? L’America è un luogo violento e ci sono veramente pochi adulti che ci educano a un uso corretto dei nostri cuori.

Le armi devono restare, è un diritto derivante dalla nostra qualità di cittadini. Il dibattito nazionale sulla registrazione delle armi e di chi le vuole comprare, o la limitazione della loro potenza, continuerà ad avere alti e bassi secondo le situazioni e le tragedie che si verificheranno.

Quest’ultima tragedia della morte della bambina di due anni nella Contea di Cumberland ha dimostrato l’incapacità dei genitori a controllare e a custodire adeguatamente le armi in presenza di bambini nella casa. Questa irresponsabilità ha segnato quel bambino per tutta la sua vita. Per quanto riguarda tutti quanti noi, dobbiamo far fronte il prima possibile alla violenza che abbiamo dentro e occorre che veniamo educati a un uso corretto del nostro cuore, speriamo prima che un altro bimbo muoia.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori