30 GIORNI/ Vi racconto il mio direttore Andreotti visto “da vicino”

- Gianni Valente

Lavorare in un giornale significa imparare lo sguardo del proprio direttore. E lavorare a 30 Giorni ha permesso a GIANNI VALENTE di imparare quello di Giulio Andreotti. Ecco il suo racconto

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Giulio Andreotti

Per quasi vent’anni ho avuto la fortuna di vedere Giulio Andreotti “da vicino”. Tutto iniziò nell’autunno del 1993, quando Andreotti diventò direttore di 30Giorni, la rivista cattolica internazionale per la quale io lavoravo. Da allora, per me e per gli altri giornalisti della redazione iniziò l’opportunità di incontrarlo almeno una volta al mese in un contesto familiare e rilassato, quello delle nostre riunioni di redazione, che di solito si svolgevano nel suo studio senatoriale a Palazzo Giustiniani, dietro al Senato, a pochi passi da San Luigi dei Francesi.
Per me è stata una benedizione del cielo l’aver potuto godere di questa periodica occasione di incontro, distesa per un arco di tempo così lungo. Se ripenso alla mia vita, anche la memoria di fatti personali mi si ripresenta fatalmente connessa a circostanze, parole, immagini che hanno a che fare col nostro “direttore”.
Il 23 ottobre 1999, io e mia moglie Stefania eravamo in una camera della clinica dove lei aveva partorito due giorni Cecilia Francesca Romana, la nostra secondogenita. Fu lì che assistemmo in diretta tv alla prima delle assoluzioni che avrebbero lentamente posto fine al calvario giudiziario che ha tormentato il senatore Andreotti per tanti anni. In quel momento, la gratitudine che mi traboccava dal cuore per la nascita di Cecilia – era stato un parto difficile, c’erano delle complicazioni e dei pericoli, ma tutto era andato bene e stavano bene sia Stefania che la bambina – si fusero insieme con la nuova letizia provocata dalle notizie “andreottiane”. Era una bella giornata di sole.
Con Andreotti, per tutti questi lunghi anni, abbiamo osservato e commentato insieme i fatti della Chiesa e del mondo. Su uno dei primi numeri pubblicati sotto la sua direzione c’erano due interviste raccolte da lui, una a Gheddafi e l’altra ad Arafat. In quel momento, con Rabin alla guida d’Israele, il processo di pace tra israeliani e palestinesi sembrava aver imboccato la strada giusta. Andreotti, che allora aveva 74 anni, era partito per registrare come un giovane cronista le impressioni dei due leader arabi stavano vivendo quel passaggio.
La curiosità e la passione per le vicende e i destini del mondo è una delle tante cose di Andreotti che mi ha sempre colpito. Era istintivamente insofferente degli idealismi, che spesso diventano l’anticamera delle peggiori barbarie. Ma non era cinismo, come amano ripetere tante anime belle nelle loro parodie caricaturali della realpolitik andreottiana. Semplicemente, lui riconosceva che a volte, davanti ai dolori del mondo o più semplicemente alle cose che vanno male, si può solo pregare e aspettare che passi la notte.
Questa passione vaccinata da ogni retorica era sempre attenta agli effetti delle vicende del mondo sulle vite reali delle persone. E ciò rappresentava un antidoto alle letture a senso unico che manipolavano le opinioni pubbliche occidentali. Anche dopo l’attentato dell’11 settembre, organizzato da quello che lui defini lo “sceicco anomalo” Bin Laden, Andreotti offrì una chiave di lettura di quel massacro che, a rileggerla oggi, appare profetica: «Dinanzi al neocapitalismo puramente speculativo che consente di mettere in ginocchio intere aree geografiche e polverizzare i risparmi di centinaia di milioni di famiglie» scriveva allora il direttore «si dovrebbe riuscire a trovare un fronte difensivo comune. Quello che è accaduto nelle Borse, immediatamente prima e subito dopo l’11 settembre, non può non essere collegato ai misfatti compiuti a New York e al Pentagono».

Lo sguardo alle cose del mondo aveva sempre in lui come punto sorgivo la passione – mai sbandierata come ideologia – alle vicende dei fratelli nella fede. Tutti conoscono i suoi rapporti con Papi e cardinali. A me impressionava soprattutto la fitta trama di preghiere, corrispondenze, piccoli gesti di aiuto concreto che legavano Andreotti a sacerdoti, religiosi, suore, missionari e semplici fedeli in ogni parte del mondo. Mi è capitato tante volte di trovarmi nei posti più disparati – una parrocchia del Guatemala, un Ospedale del Medio Oriente, un monastero di clausura in Veneto, una missione in Tanzania – e di incontrare qualcuno che mi chiedeva di salutare il direttore, di ringraziarlo ancora di piccoli e grandi aiuti ricevuti da lui.
A Andreotti piaceva vivere. Negli ultimi anni si infittivano le sue battute sulla morte e su quello che viene dopo. Ho sempre visto nella sua passione per la condizione terrena un riverbero singolare e potente della sua fede appassionata alla realtà, alle cose e alle persone. La fede di un popolano romano, trovatosi quasi per caso in mezzo alle vicende del potere del mondo, che negli ultimi tempi – quando la mente cominciava a annebbiarsi – ricordava con guizzi nello sguardo soprattutto le partite a palla nei vicoli del rione Trevi, nel cuore di Roma ora sottomesso alla dittatura dei motorini.



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