PERDONO?/ Caro papà di Luca, basta Facebook: ora la tua speranza è la libertà di tua moglie

- Monica Mondo

Il papà di Luca, morto in auto dimenticato dal padre, ha scritto su Facebook a proposito della moglie Paola: “perdonarmi” sarà l’atto d’amore più forte che le dovrò chiedere. MONICA MONDO

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A cosa può aggrapparsi la disperazione? Solo alla speranza, anche se è un controsenso etimologico. Il papà di Luca, il bimbo di tre anni morto perché abbandonato al caldo chiuso in macchina, non si dà pace. Non riesce a perdonarsi, nel profondo, anche se mille sono le giustificazioni che può inventare per la sua assurda dimenticanza, come mille sono i segni di solidarietà, di comprensione, dalla gente della sua città, Piacenza, dai suoi amici, perfino da chi legge questi fatti di cronaca con le categorie della sociologia, della psicologia. Un uomo stressato, chi non lo è? 

Corriamo troppo, ecco la colpa. Troppe responsabilità, in questo periodo, poi. Problemi sul lavoro. Ma nulla, nulla di tutto ciò è sensato: perché nulla è più importante di un figlio di cui hai la responsabilità, che è carne della tua carne, bene supremo e dolcissimo, e daresti la vita per lui. Quindi, non ci si consola così facilmente. È umanissimo tentare una via d’uscita, sforzarsi di trovare un motivo, magari un capro espiatorio, perché il peso di un dolore così non si può reggere, è troppo. 

Ci prova anche il papà di Luca, a svoltare, a ripartire, a dare un senso alla perdita di quel bambino così inerme, lasciato tanto solo. Si è fatto promotore via facebook di un’iniziativa perché una norma di legge obblighi ogni genitore ad avere in macchina un dispositivo di allarme, che avvisi se qualcuno è rimasto chiuso inavvertitamente nella vettura. Pensate un po’. Una sirena per ricordare a padri e madri che hanno un figlio, o un vecchio nonno addormentato, o un cane, chissà. 

Come se l’imprevisto non trovasse altre vie per inchiodarci all’unica risposta sensata davanti alle tragedie che capitano: non siamo noi a darci e toglierci la vita, non siamo noi. Non possiamo tutto, non possiamo evitare l’attimo che arriva e segna la tua fine. Un incidente, una malattia, un attimo. E cambia tutto. Senza allarmi che tengano. Eppure è così facile: riconoscendo che non siamo onnipotenti, abbandonarsi a un’onnipotenza; vedendo che non possiamo salvare neppure i beni più preziosi che ci sono donati, rimetterli alle braccia de loro creatore. 

Sembra così ragionevole. Capire che nulla ha un senso e il dolore è inconsolabile, dannato, eterno. Inutile cercare palliativi o semplicistiche scappatoie. Oppure ogni dolore ha un significato, anche il più ingiusto e inspiegabile. Guerre, devastazioni, cataclismi, accidenti ci testimoniano ogni giorno che la vita è un vizio assurdo, se non ha un perché, se non ha un dopo. 

Non dico affatto che sia automatico dare risposte: ci hanno insegnato che le regole cioè la Legge, e la sua minuta osservanza, non dà per niente la felicità, né tocca il cuore. È una sfida, ma è da uomini avere il coraggio di affrontarla, diritti, sguardo avanti, anche se affranto. Perché? Non vedremo più il piccolo Luca? Saremo segnati per sempre dalla colpa? O ci si può perdonare, perché qualcuno ci perdona e ci accoglie? Qualcuno che può abbracciare e custodire anche la piccola vita di un bimbo di tre anni. Sicuro di stare col suo papà. 

Papà che usa facebook anche per un  altro gesto, straziante nella sua disarmante umanità. Scrivere alla moglie. Come, su facebook? Ma uno vorrebbe attaccare i manifesti per strada, convocare una conferenza stampa, far volare striscioni dagli aerei, per sentirsi dire ti perdono, ti amo. Per convincersene, per esserne certo, lo scrive lui al mondo, aspettando che lei lo dica. Cosa resta al papà di Luca, se non la speranza, appunto, che la moglie possa consolarlo e continuare a volergli bene? Ce la può fare, da solo? E così scrive che la moglie, che conosce da ragazza, gli è ancora vicino, nonostante tutto, e perdonarlo sarà la sua più grande prova d’amore. 

Io te lo auguro, papà di Luca. Lo auguro a lei e a te, che possiate camminare insieme, non per chiudervi tra voi e passar sopra a quel che è capitato, ma per aiutarvi insieme a dargli una ragione. A scoprirvi piccoli e mendicanti di una tenerezza che vi liberi dal rimorso. Me lo auguro, papà di Luca, ma so che può non essere così. È possibile che tua moglie non si dia pace, che il tempo non lenisca, ma aumenti il dolore, e col dolore il rancore. Potrebbe succedere, la libertà degli uomini è un mistero, tocca metterla in conto. Guai se così non fosse. Amare tua moglie è amare anche la sua libertà, la sua debolezza, le sue lacrime incredule, le sue nostalgie, i rimpianti.  Papà di Luca, lei è tutto, ma non è abbastanza per darti pace. Lei è tutto, ma potresti perdere anche lei. Che non è tua, come non lo era, non lo è, il piccolo Luca. Chi amiamo ci è affidato, per il tempo stabilito da un destino buono. Dobbiamo crederlo, o tutta la vita è morte e disperazione.. 

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