IL CASO/ Sig. Delnevo, le nostre formule vuote hanno ucciso suo figlio Ibrahim

- Salvatore Abbruzzese

Il padre di Giuliano Ibrahim Delnevo ha detto del figlio Ibrahim, morto in Siria dove combatteva nelle formazioni estremiste: “è morto da eroe”. Il commento di SALVATORE ABBRUZZESE

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Le rovine di Aleppo (Infophoto)

La logica binaria oppressori/oppressi, deboli da una parte e forti dall’altra; l’idea duale – e per questo inevitabilmente oppositiva – di un conflitto riducibile a due campi, dove ogni pluralismo è negato, ogni complessità è irrisa, ha fatto un’altra vittima. Esattamente come, nei primi anni settanta, qualche figlio della buona borghesia andava a combattere con Al Fatah, questa stessa logica ha condotto un ragazzo di vent’anni a vestire una divisa, entrare in combattimento, uccidere e farsi uccidere. Ma da sola non sarebbe bastata, l’ideologia religiosa dell’islamismo combattente non aveva in sé il fascino sufficiente per attirare Giuliano Ibrahim Delnevo verso un altrove radicalmente diverso da quel quartiere della Genova bene che abitava.

Il padre, in un’intervista a Repubblica, svela la dinamica concreta dei fatti: sono stati, secondo il suo racconto, la commozione per un amico ferito, il desiderio di salvarlo da morte certa ed il rischiare la vita per farlo, ad essergli stati fatali. Così come lo sono state alcune salde amicizie con immigrati, nate in un solare e onesto cantiere edile, a farlo convertire all’islam: una religione che prima di essere una fede in Dio è l’esperienza di un’appartenenza radicale ad una fratellanza, unita dalla fede alla parola rivelata del profeta. 

Ma se questo è vero sono allora altre le domande che emergono. Perché per Giuliano l’amicizia era così importante? Perché il suo desiderio di appartenenza, di legame, di cuore e di dedizione era giunto a livelli tali da fargli apparire la Siria come un luogo di vita vera e l’universo dei combattenti islamici come l’unica fratellanza reale? Perché la logica oppressori/oppressi gli era apparsa non solo credibile, ma anche assolutamente corrispondente alla realtà? Perché questo nuovo Piero, a cinquant’anni di distanza da una canzone che lo aveva immortalato, ha lasciato sempre la stessa Genova per andare a morire lontano, senza che niente lo obbligasse se non questa nuova fraternità che aveva scoperto?

Perché non si è considerato per quello che era: una persona unica (come è unico ciascuno di noi), quindi irripetibile? Perché non ha riconosciuto l’unicità dell’affetto del padre, che continua ad amarlo comunque? Perché ha ritenuto che esistesse una causa che non solo valesse la propria vita, ma anche quella degli altri, quella di chi – visto che siamo in un teatro di guerra – si è trovato probabilmente, ma anche inevitabilmente, ad uccidere? Le risposte a queste domande non verranno scritte qui, perché la responsabilità della scelta di Giuliano anche se ricade certamente su di lui (come ogni scelta del resto), non può tuttavia lasciar passare sotto traccia il silenzio di una cultura che non ha saputo convincere e di un’amicizia che non ha saputo mai realmente conquistarlo. 

Esiste da decenni un silenzio che è culturale, ma anche civile e religioso, che lascia allo scoperto un’intera generazione che, come quelle che l’hanno preceduta, è venuta al mondo per ben altro. Giuliano non si è riconosciuto erede di una cultura, né espressione di una terra, né figlio di una storia: noi non siamo riusciti a convincerlo. Noi non siamo riusciti a persuaderlo non solo di quanto lui valesse, ma anche di quanto fosse importante il patrimonio che lo attendeva e che doveva portare avanti. Gli abbiamo presentato un’identità e una storia che ha trovato insignificanti e inconcludenti, quando non addirittura retoriche. Noi abbiamo tollerato che, per anni, pensasse tutto questo, tra un benessere materiale rispettabile ma insufficiente ed un progetto di vita che stentava a formarsi. Noi non lo abbiamo guardato, non abbiamo realmente preso in mano il problema che di fatto lo stava corrodendo: quello di una società opulenta che perde, giorno dopo giorno, le radici della propria stessa esistenza. Che perde libri, storie e ragioni, ma anche solidità dei legami e fraternità delle amicizie. 

Il relativismo culturale dominante ha fatto la sua ultima vittima facendogli credere che il Vero, scomparso dalle strade dell’Occidente, esistesse ancora in Oriente, dove tutto gli è apparso come più autentico, reale e fraterno. La fratellanza delle armi gli è apparsa come l’unica possibile, l’unica all’altezza della sua fame di verità e di giustizia. Il mito per il quale “tutto è possibile” gli ha fatto poi credere, a sua volta, che anche la scelta dell’altrove rientrasse tra le sue opzioni legittime. Giuliano ha veramente creduto che la sua storia potesse essere scritta da capo, in una nuova terra, con una nuova religione, una nuova fratellanza. Abbiamo perso uno dei nostri che non dovevamo perdere.

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