DIARIO DA RIO/ Nella favela con papa Francesco ballando la “bossa nova” del cuore

- Cristiana Caricato

“Bota fè”. Metti fede, ha detto papa Francesco ai giovani di Copacabana. Oggi è stata una giornata grande, commovente, culminata nella visita alla favela di Varginha. CRISTIANA CARICATO

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Francesco in Uganda (Infophoto)

RIO DE JANEIRO – Ho trottato dietro Francesco tutto il giorno. Io sono sfatta, lui è lì sul palco schizzato dall’oceano che ride, ascolta e abbraccia più di 800mila persone. Il lungomare di Copacabana, quello dai mosaici ad onda e i bikini invisibili, dei venditori di capirinha e la sabbia tappezzata di pareo, è uno spicchio umano. Ballano e cantano i ragazzi, sotto la pioggia che non ha cessato un istante di battere su Rio de Janeiro. La festa è iniziata e non c’è tempo per asciugarsi, bisogna fare quello che ha suggerito il Papa: “Bota fè”. Metti fede. Ma anche “metti speranza”, “metti amore”, e soprattutto “metti Cristo”. 

Imperativi e ordini del “Comandante Francisco”, il condottiero di una Chiesa all’assalto, pronta ad inondare di Bellezza e Amore il mondo. La Chiesa viva e giovane che aveva già intravisto Benedetto oltre le macerie frutto dell’assedio della modernità. Una chiesa che si riconosce nei volti dei ragazzi arrivati da tutto il mondo nella baia più celebre del continente latino-americano, pronta a capitalizzare l’energia che si sprigiona davanti alle onde dell’Atlantico. “È bello per noi stare qui” ha detto Bergoglio, ripetendo le parole di Pietro al Signore dopo averlo visto nella sua Gloria. 

Già, è bello. È bello guardare il futuro dell’umanità danzare con Dio al ritmo della “bossa nova”, mischiare gli slang, pregare in riva al mare incurante delle nubi e del vento freddo. Come è stato bello vedere il successore di Pietro tra il fango della favela di Varginha, con la veste bianca chiazzata d’acqua, le braccia spalancate come il Cristo del Corcovado ad abbracciare quel popolo nudo ed eletto che lo attendeva da giorni, pronto a toccare il suo cuore, con una fede semplice e tenace. 

Devo confessare che noi giornalisti al seguito eravamo già provati dal primo appuntamento del mattino, quello consumato davanti al giorgiano Palàcio da Cidade, con sindaco, giunta e atleti pronti a consegnare a Francesco le chiavi della città, per ottenere in cambio una solenne benedizione delle bandiere olimpiche e paraolimpiche. Una cerimonia surreale, sorvegliata dalla favela di santa Marta, l’agglomerato di case sorto sulla collina retrostante, dove si aspetta che le scommesse fatte da Brasilia portino frutti, e circondata dal verde rigoglioso della foresta urbana che contorna la sede del governo di Rio. Noi giornalisti fradici come sotto la doccia (ma il comitato organizzativo locale, il famigerato Col non aveva contemplato l’eventualità del maltempo?) e Papa Bergoglio che se la rideva, guardando incuriosito quell’assembramento improbabile di soggetti vari. 

Insomma tutto per dire che non è che fossimo proprio ben disposti, bagnati com’eravamo fino alla mutande, dopo aver assistito ad un evento istituzionale e giornalisticamente irrilevante. Eppure l’arrivo nell’area di Manguinhos, pochi minuti dopo, dove la faraonica stazione del treno metropolitano si innalza sulle casupole di mattoni rossi e tetti di lamiera, ha scombussolato lo stomaco e fatto raddrizzare le antenne. Migliaia di persone accalcate ai lati dell’unica strada asfaltata, bordata di casupole a due piani, straripanti di corpi e teste. Militari in assetto di guerra, con moto di grossa cilindrata a fungere da transenne, uomini, donne, bambini ed anziani che urlavano in un portoghese deformato ogni genere di inno e in sottofondo una musica travolgente, ritmata, che faceva sussultare i muri e le pozzanghere. 

Ci hanno trascinato verso il campo di calcio dove il Papa avrebbe poi tenuto il discorso, passando davanti all’unico edificio compiuto, la cappella di San Girolamo, con il parroco e il consiglio pastorale già schierato. Facce, occhi, piedi sporchi e stracci trasformati in bandiere, e poi fango, gocce e le mie scarpe che affondavano tra la melma. Una corsa dentro Varginha, tra la baraccopoli “pacificada”, dove ancora si aspetta l’acqua corrente e la luce si ruba ai pali dei ricchi. E poi la scoperta della nostra postazione occupata da quella folla trepidante, l’ingresso sul terreno di gioco da un buco nella rete e l’impatto con un popolo che si è presentato all’incontro con il Papa portando solo se stesso. 

L’erba su cui centinaia di ragazzini inseguono un destino da fenomeni del calcio era consumata da una umanità sconcertante, poveri spuntati dalle strade diventate rigagnoli, dalle casupole con le finestre di gomma, da ricoveri di fortuna. Corpi tatuati, trecce nere e infinite, mamme con in braccio bambini dai capelli ossigenati, anziani sdentati e militari, tappezzavano festanti il campo, con i piedi che sguazzavano nelle pozze d’acqua e i capelli appiccicati alla fronte, grondanti pioggia. Una comunità allenata a sopravvivere, improvvisamente baciata dalla sorte. Ovunque posassi lo sguardo coglievo gioia allo stato puro. 

E gratitudine. Esplosa quando Francesco si è finalmente arrampicato sul palchetto rivestito di teli. Il Papa tra noi, mi ha detto una giovane donna, scuotendo la testa. Piangeva. Ma di felicità. Non so cosa significa essere poveri. E ringrazio il cielo. Ma non saprò mai cosa significa non avere nulla e scoprire di poter ottenere tutto. Ecco, quella donna aveva uno sguardo così. Vedeva per la prima volta il Papa, nella sua favela, tra i suoi amici scalcagnati, nelle strade che fino a qualche mese fa erano teatro di scontri tra bande rivali di narcotrafficanti e polizia, e gridava di gioia.

“Francesco noi ti amiamo”. Ho pensato che doveva accadere qualcosa di simile sulle rive del lago di Tiberiade, in Galilea o alle porte di Gerusalemme quando si palesava Gesù con i suoi. Quando arriva la Speranza la si riconosce sempre. E non importa se non sai leggere o se non hai indossato un paio di scarpe nuove, se persino in un giorno di festa fumi del crack o ti presenti con una bottiglia di birra in mano. Puoi portare tutta la tua miseria, tanto sai che quell’amore è più grande. 

Potrei dire che il discorso pronunciato da Francesco è tra i più belli dall’inizio del suo pontificato, secondo capitolo di quell’interventismo politico inaugurato proprio in Brasile con la visita all’ospedale di Sao Francisco, potrei scrivere di quella “solidarietà” scomoda e inattuale rivendicata dal Papa, dell’appello alle istituzioni perché non dimentichino le periferie o della lezione impartita a chi governa il mondo ma non lavora per la giustizia sociale e per la ridistribuzione delle risorse. Oppure potrei ancora riferire della bacchettata del pontefice all’esecutivo di Dilma la rossa che tenta di controllare il disagio sociale con la “pacificazione” delle aeree imposta da uomini in divisa, armati fino ai denti. 

Ma ci sarà tempo. E alla donna che era affianco a me non importerebbe nulla. Lei era contenta perché il Papa aveva preso un cafezinho con una sua amica, scherzato sulla cachaça, la bevanda con cui si dimentica la fatica della favela, e capito che era tra gente forse un po’ sballata, ma buona, abituata a dividere il niente e ad “aggiungere acqua ai fagioli” all’occorrenza. Davanti a noi una anziana si era avvolta in un telo ricamato. Sopra c’era scritto: “Nessuno si senta escluso dall’abbraccio del Papa”. Una promessa diventata realtà. Mi è sembrata la sintesi perfetta per quel momento di assoluta felicità.           



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