ESPLOSIONE A PESCARA/ Quel botto che brucia la nostra coscienza

- Fabio Capolla

I fuochi d’artificio vengono usati spesso per ringraziare i santi patroni dei Paesi. A Pescara, però,hanno ucciso un ragazzo di soli 22 anni. il commento di FABIO CAPOLLA

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La mente dei vecchi è corsa indietro di anni. Quando durante la guerra scoppiavano le bombe e spesso non facevi in tempo a correre dentro i rifugi. Quella dei giovani è rimasta attonita, con tante domande. Un’esplosione nel cuore della notte. Un botto sentito a chilometri di distanza. Un  attentato, un disegno criminoso. No, nulla di questo. Un errore umano, probabilmente, all’interno di una fabbrica di fuochi d’artificio.

Mestiere difficile quello del fuochista. Un chimico, spesso con l’esperienza maturata solo sul campo, capace di mischiare tra loro polveri piriche, con quelle colorate. Un intruglio che alla fine diventa elemento capace di dare gioia e divertimento a grandi e piccini. Ma questa volta il fuoco d’artificio è stato di quelli cattivi. Esploso nel luogo sbagliato e nel momento sbagliato. Dilaniando un giovane di 22 anni, ferendo altre persone, disperdendone ancora altre. Una corsa contro la morte nel cuore della notte. E’ morto il figlio, 22 anni, del titolare della fabbrica, rimasto anche lui gravemente ferito insieme ad altri parenti e operai. E proprio il titolare mancava all’appello. Ricerche disperate mentre le forze dell’ordine avviano indagini per accertare le cause, come di rito, e trovare i colpevoli.

Colpevoli di cosa? Per la legge sicuramente qualcuno ha sbagliato, se in vita verrà processato, forse condannato. Rimane il dolore per la perdita di un ragazzo di soli 22 anni. Che aveva scelto da subito la strada del lavoro, probabilmente considerandosi fortunato ad avere una famiglia che aveva la fabbrica, che garantiva  lavoro e futuro. Un sogno spezzato, una famiglia, anzi diverse famiglie distrutte.

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Eppure i fuochi d’artificio hanno il sapore del divertimento, della felicità, del ringraziamento. In estate sulla costa adriatica cresce l’attesa per la notte di Ferragosto, quando i paesi fanno a gara per chi li fa più belli, in mezzo al mare, chi li fa più lunghi, con i turisti che si assiepano sulla riva. Quell’applauso finale che ha il significato e il sapore di un ringraziamento al lavoro che è stato fatto.

Ogni esplosione un gioco di colori, ogni esplosione un sentimento di gioia. L’ultima esplosione, purtroppo, non è stata così.

Il destino di ciascuno di noi, chiamato a vivere intensamente il quotidiano, con la certezza che la nostra vita non ha la nostra regia. Che ogni disgrazia ha un disegno, a volte di difficile interpretazione, a volte dal sentore maligno. Eppure non è così.

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I fuochi d’artificio, nei paesi vengono usati come ringraziamento al santo patrono, al termine della processione, ma anche all’inizio, a mezzogiorno, per richiamare i fedeli alla prima messa del giorno. I fuochi d’artificio nonostante la disgrazie rimarranno nei nostri sorrisi, nelle nostre speranze. Il mestiere difficile ha portato morte e dolore. Ma tanti altri fatti della vita provocano morte e dolore senza essere così fragorosi. Il botto ci fa pensare e riflettere, ma pensare e riflettere devono diventare una costante. Anche quando la morte è silenziosa.

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