DIARIO DA RIO/ Come vi sentireste se il Papa volesse dire il Padre Nostro con voi?

- Cristiana Caricato

Prosegue il diario da Rio di CRISTIANA CARICATO, inviata alla Giornata Mondiale della Gioventuù 2013. Un percorso di rara intensità umana, seguendo Papa Francesco, nel cammino tra la gente

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Foto: InfoPhoto
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Il Francesco che racconto oggi, io non l’ho visto. Ne ho sentito solo parlare, da persone che l’hanno incontrato. Come i cinque sfacciatamente fortunati che sono stati pescati a sorte per confessarsi con il Papa. Nel parco di “Quinta da Boa Vista” sono stati eretti ben 100 confessionali, un artista locale li ha disegnati ispirandosi al Cristo del Corcovado. Poco creativo, ma teologicamente onesto, il “buonomo” deve aver pensato che sarebbe stato meno faticoso, per il penitente, andare verso le braccia aperte del Redentore. Forse si è spinto persino ad immaginare il Santo Padre, seduto di lato, piegare la testa verso la grata e ascoltare la voce tremante e rotta del prescelto mentre cerca di far bella figura con lo speciale confessore. E’ dura quando ti devi scaricare la coscienza, trovare, tra peccati e peccatucci, quelli che non ti facciano arrossire di vergogna o per lo meno non ti facciano classificare irrimediabilmente come caso pietoso. Dato che non sarebbe stato opportuno seguire con le telecamere un evento così intimo, né intervistare il bencapitato (sebbene qualcuno dei miei colleghi abbia cercato di violare il segreto confessionale chiedendo a qualcuno dei cinque cosa si era detto con il Pontefice) i vaticanisti si sono dovuti accontentare di poche notizie riportate dal magnanimo e infinitamente paziente Padre Federico Lombardi. Il quale ha riferito di tre portoghesi, una italiana e una venezuelana, visibilmente commossi dopo la confessione, durata per ciascuno non più di cinque minuti. Decisamente imbarazzati, ma innegabilmente felici di aver avuto la possibilità di testare la proverbiale misericordia bergogliana. Di lui si sa che a Buenos Aires, da arcivescovo, amava amministrare il sacramento della penitenza, chiudersi in confessionale, ascoltare e mostrare l’infinito amore di Dio attraverso l’assoluzione, impartita con popolare bontà d’animo. Ora è ovvio che uno che non perde occasione per illuminarsi e illuminare il mondo quando parla della Divina Misericordia deve essere uno straordinario confessore. Certo è sempre il Papa, ma dietro la grata ridiventa un semplice sacerdote, davanti al quale svuotare l’anima, mostrarne il buio, e tentare di conquistarle una nuova innocenza. I ragazzi di Boa Vista devono aver fatto più o meno questo ragionamento, per farsi passare la tremarella, e andare incontro a Francesco a raccontare le loro piccole miserie. Devo dire che non se la sono cavata male se è vero che già dopo il primo turno, hanno evitato la grata per andare a guardare in faccia il proprio confessore. La cosa mi ha colpito: spesso si prova disagio a incontrare lo sguardo di chi è chiamato ad accogliere i tuoi peccati e a rimetterli. La grata è lì anche per questo. Ma quando si va dritti incontro al prete inscatolato nel confessionale è perché si ha un urgente bisogno di ritrovare l’amicizia di Dio, mandando a farsi friggere privacy e pudori. Oppure si conosce così bene il sacerdote che non c’è niente da salvare. Neanche la faccia. Ebbene nel racconto di Lombardi, dopo il primo timoroso giovine che ha obbedito ai cerimonieri e si è inginocchiato secondo la posa classica, gli altri hanno preferito andare di filato a posizionarsi di fronte al Papa, a guardarlo bene in faccia. E visto che sempre il peggio di sé avranno raccontato, è evidente che la mossa è nata da una fiducia spontanea, da un riconoscimento evidente, dalla chiara attestazione di una misericordia possibile. Francesco, uomo dell’Amore di Dio. Seconda situazione: per puro caso chiacchiero con l’autista del pulman che ha riportato i dodici altrettato sfacciati fortunati che ieri a pranzo si sono trovati alla tavola del Papa. Cinque coppie spaiate (nel senso che non si trattava di fidanzati ma di un maschio e una femmina appartenenti allo stesso continente) più due brasiliani (entrati di diritto in quanto giocavano in casa), che hanno diviso risotto ai funghi, scaloppine e insalata, millefoglie e dessert esotico con il pontefice. Ebbene anche loro, mi è stato detto, avevano delle facce da estasiate. Sembrava avessero avuto tutti una semiparesi perchè non riuscivano a smettere di mostrare tutti i denti: avevano passato un’ora e mezza con il Papa e non erano in grado di articolare parola, anche se avevano già postato tutte le foto su Facebook. Brillavano tanto erano splendenti. 

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Affascinati fino al midollo da quell’uomo che, a sentir loro, non aveva smesso un attimo di parlare, chiedere, informarsi, discutere di economia, politica e umanità varia. Un Papa che aveva voluto sapere tutto: dove vivevano, cosa facevano, il nome dei loro genitori e dei loro amici, i loro sogni e le loro paure, se fossero innamorati o meno, finendo per digiunare a forza di pungolarli. E che alla fine, nel saluto, li aveva lasciati con un augurio da brivido: “Speriamo di incontrarci tutti al banchetto in cielo”. Terzo racconto. Prima di recitare l’Angelus dalla balconata dell’Arcivescovado di Rio, Francesco ha incontrato otto detenuti provenienti da altrettanti istituti di pena della città. Erano tutti minori, accompagnati da personale carcerario, cappellani e volontari. Sei ragazzi e due ragazze, che indossavano le magliette della GMG, e che in modo imprevisto e imprevedibile hanno finito per vivere uno degli appuntamenti più decisivi e importanti. Sempre il solito puntualissimo Lombardi, ha raccontato di un incontro semplice e familiare, con i giovani che a turno si andavano a sedere vicino al Papa a raccontarsi e a raccontare della vita dietro le sbarre. Della violenza conosciuta fuori, di quella procurata e di quella che non avrebbero voluto mai più vivere. Facce rigate da lacrime e parole rotolanti, silenzi e preghiere commoventi. E gli otto detenuti diventati prediletti, figli amati, eletti. La più giovane – è stato riportato – non la smetteva più di chiacchierare, resa loquace da quella vicinanza preziosa ha cantato, letto stralci di esistenze perdute, mostrato doni frutto di un lungo e complicato impegno. Un rosario dai grani grandi quanto palloni da calcio, è stato l’omaggio dei giovani detenuti al Papa: ogni Ave Maria ha inciso il nome di uno dei “Meninos de Rua” uccisi nel 1993 da uno squadrone della morte davanti la Chiesa della Candelaria.  E Francesco ricevendo quella corona gigante ha ripetuto con i ragazzi “Candelaria nunca mais”, aggiungendo “mai più violenza, solo amore” . Ora immaginate di non avere neanche 20 anni, e di aver fatto già abbastanza male da voler sparire dalla faccia della terra, di passare le vostre giornate in un carcere brasiliano in attesa di un riscatto lontano e di non sapere che cosa vuol dire essere liberi di costruire il proprio destino. E poi un giorno vi dicono che il Papa vi vuole incontrare, vuole abbracciarvi e recitare con voi il Padre Nostro. Come vi sentireste? Infinitamente amati, uomini e donne rinati alla vita. Ecco Francesco ha fatto questo, ridato dignità a chi non ha mai osato rivendicarla. In serata ho visto con i miei occhi ripopolarsi la spiaggia di Copacabana, le onde che spingevano la folla di giovani verso i grattacieli e gli hotel a quattro stelle, la croce scivolare tra una mare di teste, e il Papa seguire una liturgia penitenziale e immaginifica, di grande impatto emotivo. Ma nulla era paragonabile a quello che avevo sentito di lui. Un padre buono è quanto di più desiderabile ci sia. 

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