TRAGEDIA IN IRPINIA/ 39 morti, perché Dio permette il male?

- Monica Mondo

Come è possibile credere nell’esistenza di Dio, se accadono tragedie insensate come la morte di 38 persone nello schianto di un bus? MONICA MONDO riflette sull’incidente in Irpinia

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38, 39 morti. Forse di più, la conta dei notiziari è impietosa, sono numeri, si perde la fisionomia di ogni volto, il colore dei capelli, l’età, si perde la coscienza che sono persone, uomini, donne, bambini. Si pensa, come non pensarlo, a volti e corpi sfigurati, lacerati, strappati alla vita e alla pietà. Irriconoscibili, brandelli di corpi allineati nelle bare di un’improvvisata camera ardente. Certo, ogni giorno si muore per incidenti stradali. Ogni giorno muoiono uomini, donne e bambini. Ma così, tutti insieme, così tanti, e tornavano da una gita! Una gita di gente semplice, molti venivano da Pozzuoli, periferia di Napoli, cercavano un po’ di fresco tra i boschi d’Irpinia, ceravano un’altra frescura, se è vero che tornavano da una capatina a San Giovanni Rotondo. Da Padre Pio, tra i santi uno di quelli che si occupa degli impossibili, cui ci si affida quando non sai più a chi votarti. Oppure, quello con cui si prende più confidenza, perché così umile e familiare, un vecchio zio, che ci si può portare anche i bambini. Affidandoli a lui, che era ed è tanto potente, che li protegga. E invece. In quest’estate così calda e allegra, in una notte festiva. Perché? Non si può non chiederselo, bisogna chiederselo. Mica ci basta, pensare ad altro o farsi frettolosamente un segno di croce, quasi scaramantico. Ho già sentito e letto e immaginato voci: bella grazia, quella dei santi. Vale proprio la pena crederci. Come dopo il disastro del treno a Santiago. Come per quella ragazza che stava andando alla Gmg, dal Papa, e ha perso la vita su quella strada. Già, il Papa. Ha detto ieri in un’intervista che i giovani devono protestare, non possono stare tranquilli. Per cosa mai dovrebbero protestare, soprattutto loro, non assopiti dall’abitudine e dal cinismo degli anni, se non per l’assurdità e l’ingiustizia del male. Che faceva Dio, si era distratto? E’ l’eterna domanda, da Giobbe a Voltaire, dopo il terremoto di Lisbona. Ricordate? Se Dio permette il male, non è buono. Se non può impedirlo, non è onnipotente. Dio, è Lui che si tira in ballo, sempre e comunque.

Perché non c’è spiegazione, se non la fatalità, non c’è speranza, non c’è reazione se non quella di una chiusura impotente e rassegnata alla natura matrigna che ci domina. E allora, Dio, tanto più che si trattava di cristiani. Se Dio non c’è, mi diceva un ragazzo messo alla prova dal male, non vale la pena vivere, mettere a mondo dei figli. Se c’è, perché? Posso balbettare una sola risposta: Tu che ci hai creati, Dio, tu non puoi volere il nostro male. E’ una caduta che l’ha portato nel mondo. Tu permetti la caduta, nostra e altrui, perché ami la nostra libertà. Tu che conti i capelli del nostro capo, tu che ci hai preparato un destino eterno, tu sai che gli anni dell’uomo sono 70, 80 per i più robusti. E un solo giorno è vita, vita amata e voluta da te. Un solo giorno o cent’anni, non cambia in una prospettiva infinita. Non riusciamo a comprenderlo, la nostra ragione si perde. Arriva fino a un certo punto, poi si perde. Accompagna la fede a scoprire una ragione in più, poi si ferma. Prende per mano la fede, e poi si fa a sua volta prendere per mano, per essere guidata nel mistero. E’ qui lo scarto, qui il salto, il varco, la scelta. Fidarsi, foss’anche per scommessa, per dare un senso al dolore impossibile. Non ci si riesce da soli, mai. Tocca l’umiltà di chiedere e farsi aiutare. Tocca uno sguardo amico, un braccio forte, una tenerezza che consola e accarezza le ferite, le unisce alle piaghe di Cristo. Il papa nella Messa finale a Copacabana, ha voluto sull’altare una bimba anencefalica. Tra tanto colore e bandierine e samba, un monumento, un grido del dolore e del male dell’uomo. L’ha portata sull’altare, come un’ostia. Non era solo la paternità e la sensibilità di un uomo saldo e sereno. Era di più, era per il mondo intero la testimonianza che tutto, tutto ciò che soffriamo non va perduto, e non è su di noi l’ultima parola. Tocca pregare, perché questa intuizione diventi coscienza do sé. Tocca spalancare il cuore alla possibilità che Dio gli parli, e chiarisca le tenebre. Accade, ci sono uomini e donne che lo testimoniano ogni giorno. Se accade a loro, o sono folli, o hanno ragione, tocca propendere per la seconda ipotesi. Perché non potremmo più sorridere e non basterebbero le lacrime, davanti allo strazio di quel pullman rovesciato nella scarpata

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