FERRARA/ Mons. Negri, il “postribolo” di fronte al Duomo e l’Italia senza padri

- Raffaele Iannuzzi

Mons. Luigi Negri, vescovo di Ferrara, ha denunciato di aver visto di fronte al Duomo della città scene di sesso all’aperto tra più persone. Il commento di RAFFAELE IANNUZZI

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Il Duomo di Ferrara

L’immaginazione potrebbe volare ancora una volta alla saga di Peppone e don Camillo di Guareschi, ma si tratta di ben altro, anzi, a ben guardare, è l’esatto contrario. Vedremo perché. Intanto i fatti. Il Vescovo di Ferrara-Comacchio, Mons. Luigi Negri, rientrando alle 3 del mattino, alcuni giorni fa, si è trovato di fronte lo spettacolo di una vera e propria orgia a cielo aperto, di fronte alla Cattedrale della città estense. Giustamente Mons. Negri, che ama dire le cose pane al pane e vino al vino, come si dovrebbe fra uomini che usano correttamente la ragione e non intendono arruolarsi tra le file dei farisei, ha parlato di “postribolo” ed ha posto radicalmente la questione della deriva della cosiddetta “movida” ferrarese, che non ha niente di diverso dalle adunate di giovani lasciati soli dai padri e dalle madri, salvo, forse, una certa partecipazione di massa ad azioni – per così dire – di disordinata sessualità, in luoghi pubblici. Provocatoriamente, peraltro, di fronte alla Cattedrale, che il Vescovo ha definito la casa di tutti i ferraresi.

Stiamo naturalmente parlando del centro di una città ormai decadente, con il lavoro pubblico al top, senza più aziende e con una scarsa progettualità sociale e comunitaria. Questa è la Ferrara di oggi. Ma in ogni caso Ferrara è sempre stata una città dominata da comunisti vecchia maniera e satrapi nelle cooperative e nei circoli politici e cattolici sociali, che Del Noce avrebbe definito utili idioti, proni al potere dominante.

Mons. Negri ha rotto l’incantesimo e l’ha fatto con grinta laica, senza peli sulla lingua e con una montagna di buone ragioni, tutte laiche. Cercherò di declinarle una ad una, perché il caso Ferrara non riguarda la città dei Finzi Contini e basta, ma l’Italia senza più padri, dunque senza più il principio di contenimento e di proposta di iniziazione regolare e antropologica ai figli, e con le madri intente ormai ad apparire poco più che trentenni, a cinquanta anni suonati. E’ il cosmo penoso degli eterni adolescenti o degli “adultescenti”, così ben descritti da Claudio Risé e dal grande poeta e saggista americano, Robert Bly.

In questo massacro dell’organicità naturale e dei principi regolatori della società, una situazione come quella dei giovani della “movida” ferrarese è anche di ordine pubblico, ma non nel senso poliziesco del termine, bensì in quello dell’ordine naturale da rispettare e tutelare, affinché la dimensione pubblica sia guidata da criteri di sano buon senso e garanzia della verità, della libertà e della pace, non nel senso irenistico del termine.

La questione della “movida” degli adolescenti è nazionale, con effetti degradanti a dir poco emergenziali, e riguarda l’Italia; tocca Roma, pensiamo a cos’è oggi Campo dei Fiori, teatro di violenze post-sbronza da “shottino”; ma è qualcosa che tocca Milano e le grandi città del Nord, con la complicità della cordata dei nonni, tutti diventati bancomat deambulanti e autorità compiacenti nei confronti di figli e nipoti. Il pesce puzza dalla testa: l’emergenza educativa nasce dai genitori e dai nonni e ricade sui figli/nipoti.

Mons. Negri non è il bacchettone e il moralista un tanto al chilo ma, al contrario, è il difensore della verità di ogni uomo, dunque della dignità di ciascuno e di tutti. Vuole, insomma, fare come Pasolini, quando si scagliò contro “la dissociazione che spacca ormai in due il vecchio potere clerico-fascista, può essere rappresentato da due simboli opposti, e, appunto, inconciliabili: «Jesus» (nella fattispecie il Gesù del Vaticano) da una parte, e i «blue-jeans Jesus» dall’altra. Due forme di potere l’una di fronte all’altra: di qua il grande stuolo dei preti, dei soldati, dei benpensanti e dei sicari; di là gli «industriali» produttori di beni superflui e le grandi masse del consumo, laiche e, magari idiotamente, irreligiose. Tra l’«Jesus» del Vaticano e l’«Jesus» dei blue-jeans, c’è stata una lotta. Nel Vaticano – all’apparire di questo prodotto e dei suoi manifesti – si son levati alti lamenti. Alti lamenti a cui per solito seguiva l’azione della mano secolare che provvedeva a eliminare i nemici che la Chiesa magari non nominava, limitandosi appunto ai lamenti. Ma stavolta ai lamenti non è seguito niente. La longa manus è rimasta inesplicabilmente inerte. L’Italia è tappezzata di manifesti rappresentanti sederi con la scritta «chi mi ama mi segua» e rivestiti per l’appunto dei blue-jeans Jesus. Il Gesù del Vaticano ha perso. Ora il potere democristiano clerico-fascista, si trova dilaniato tra questi due «Jesus»: la vecchia forma di potere e la nuova realtà del potere…

E’ il famoso articolo “Sviluppo e progresso”, pubblicato sul Corriere della Sera e inserito negli Scritti corsari. Ecco, “stavolta ai lamenti non è seguito niente”, scrive Pasolini. Mons. Negri ha fatto seguire, eccome, il suo lucido giudizio e la sua attenzione di uomo, prima di tutto, e di pastore, innanzitutto a quei giovani – ma quando aboliremo questa stravolgente categoria sociologica? -, presumibilmente quegli “uomini” che, domani, potrebbero ricoprire posizioni di rilievo nella società: inaccettabile il silenzio o la riduzione ad una semplice babele postmoderna, gonfia di vivacità e colori: urge il giudizio.

Si tratta, dunque, di un approccio del tutto laico, perché chi è laico concepisce le azioni e le responsabilità invidividuali come inevitabilmente afferenti alla sfera pubblica del popolo, làos, in greco, e di qui, appunto, l’aggettivo qualificativo “laico”. Chi, invece, riduce e grida alla lesa maestà, dopo essere stato toccato dalla critica razionale, è proprio come quei clerico-fascisti stigmatizzati da Pasolini: un reazionario. E così è, secondo il Vescovo, la città di Ferrara – reazionaria – ogniqualvolta tende a difendere se stessa al di là della verità e dei criteri di razionalità individuale e pubblica.

Poche storie: qui il vero laico è il Vescovo, dunque: cristiano e, per ciò, laico. La lezione è sempre questa. Ma – ancora una volta – il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. Perché, infatti, gli uomini di “sinistra” di Ferrara non sono Peppone? Perché Peppone era un uomo del popolo ed aveva chiari questi principi e quei criteri razionali e di senso comune che, almeno fino al comunista Amendola, nel mondo comunista erano decisi e decisivi. Dopo, è cominciata la lunga marcia verso il partito radicale di massa, con la complicità dei “cattolici adulti” e addio alla tradizione popolare italiana laica, cristiana e perfino cattolico comunista (mi riferisco a Rodano, non a Dossetti).

A dimostrazione di questo fatto, è necessario spendere qualche minuto a leggere questa lettera di un uomo di sinistra ferrarese, indirizzata al Resto del Carlino, il giornale conservatore di Ferrara (di là, abbiamo, però, i reazionari, come abbiamo visto).

Con questa si può chiudere e ancora una volta dichiarare necessario alla laicità quel pensiero cristiano, così universale e umano, da essere in grado di catturare nei dettagli l’oscurità delle tenebre o la luce dell’aurora dei popoli e delle società. Ecco il testo della lettera.

Caro Carlino,

sono un anziano cittadino laico, col cuore che ha sempre battuto a sinistra fin dalla prima infanzia, avendo come riferimento il caro sindaco bolognese Giuseppe Dozza, per arrivare al grande Enrico Berlinguer. Poi è cambiato tutto, ed i vecchi cari Compagni, che certe cose non le hanno mai permesse, hanno subìto una metamorfosi tale da costringermi a trovarmi, oggi, sulla stessa barricata del vescovo di Cl della nostra città, il quale, in tre mesi, ha messo perfettamente a fuoco uno dei problemi che la affliggono. E lo ha fatto perché non si è chiuso, come i nostri piccoli politici, nei salottini ovattati post radical-chic della città o di Bologna. Io abito nella Piazza da dieci anni e quotidianamente provo sulla mia pelle il dispiacere profondo di subire impotente il continuo degrado del centro: e non solo di notte. Sono, quindi, contento di aver trovato un alleato così autorevole. Purtroppo gli esponenti del governo della nostra città hanno consegnato, proni, alle multinazionali dell’alcool e del junk food la gestione del centro: possibile che nessuno di lor signori abbia mai visto quello che accade qui intorno? Siamo ormai in campagna elettorale: perché non vengono qui, nelle serate canoniche, a fare qualche comizietto alla tre di notte? Per quanto attiene al vescovo, vorrei permettermi di suggerirgli di sfrattare alcuni suoi inquilini spacciatori di alcool e affittare i locali così liberati ad artigiani, artisti e associazioni culturali a canoni non esosi. E al sindaco di concedere in uso tutti i locali che ha sfitti intorno alla piazza agli studenti universitari fornendo loro attrezzature informatiche che li aiutassero nella loro attività di studio e ricerca”.

Firmato: Fernando Galletti

Nessun alibi: chi usa la testa nel modo in cui deve essere usata, ragiona come questo intelligente signore ferrarese di sinistra. Che vede come suo alleato il Vescovo e sa argomentare, eccome, le sue posizioni.

Chi è, dunque, il laico e chi il reazionario, a Ferrara? E chi ha a cuore il destino dei giovani e chi le élites e l’establishment dei soliti noti, a detta del Sig. Galletti, e nostra?

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