LUMEN FIDEI/ La fede di Francesco, una “luce” amica della vita

- Mauro Magatti

L’enciclica “Lumen fidei” chiarisce come la fede, pur non escludendo la sfera cognitiva, riguardi la persona nella sua interezza e si collochi in relazione con la realtà. MAURO MAGATTI

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Papa Francesco (Infophoto)

Com’è difficile, oggi, parlare della fede! Com’è difficile riuscire da un lato a evitare il duro dogmatismo, che lascia freddo l’interlocutore, sempre pronto ad avanzare le sue riserve, e, dall’altro, a non cedere all’emotivismo, che riduce la fede ad un’esperienza personale, vagamente misticheggiante, e come tale sterile e incomunicabile.

La Lumen Fidei riesce là dove tante volte, come cristiani moderni, sentiamo di aver fallito: affermare con schiettezza i contenuti della fede cristiana, senza cedimenti alle mode culturali, e nello stesso tempo stare  dalla parte dell’uomo, della sua condizione contemporanea. E in questo modo permettere di nuovo l’incontro tra il piano della fede e il piano della vita.

Come figli della cultura occidentale non possiamo dimenticare la pretesa dell’illuminismo di porre la ragione come fonte della nostra luce. Una pretesa certo problematica, ma che pure ha costituito un passaggio imprescindibile della nostra storia culturale. Francesco, invece, dice all’uomo contemporaneo che la fede è la nostra vera luce. Ciò che ci attira, ci illumina, ci accompagna. Come è possibile fare questa affermazione oggi?

Certo, chi pensa che già tutto sia illuminato dai riflettori accesi dalla società moderna, non saprà cosa farsene di questa affermazione. Ma tutti coloro che si rendono conto dello smarrimento in cui ci troviamo, dell’oscurità nella quale la nostra vita personale e collettiva si dibatte, potranno riconoscere l’attualità dell’affermazione di Francesco.

Una luce dunque. Ma di che luce si tratta? La luce della fede, scrive il Papa, non dissipa tutte le nostre tenebre. Il Dio cristiano non è il Dio tappabuchi. Piuttosto, la fede è una “lampada che guida nella notte i nostri passi, e questo basta per il cammino“. Un’immagine potente. Anche perché quella lampada che ci accompagna e ci guida la dobbiamo tenere in mano noi uomini. Il punto non è banale. Perché, proprio per  questo, è illusorio pensare che la fede sia riducibile ad una esperienza soggettiva. La fede, invece, dice Francesco, è una storia comune, di uomini e di donne, che segna ed apre il cammino di un popolo. Della Chiesa, certo, ma più estesamente, dell’uomo.

La fede sta dentro una relazione con la realtà e con gli altri, sta dentro una storia che nessuno fa da solo. Dunque, la fede non tocca semplicemente la sfera cognitiva, anche se certamente non la esclude. La fede, infatti, riguarda il cuore, cioè la persona nella sua interezza, anima e corpo, intelletto e desiderio. E per questo la fede non è né un’astrazione – un mero discorso – né un astrarsi – un semplice uscire dal mondo. Al contrario, la fede cammina con l’uomo e la sua storia, personale e collettiva. 

Riprendendo la Caritas in Veritate, Francesco chiarisce così il nesso tanto ostico nella nostra cultura tra fede e verità. Il tema viene trattato a lungo, perché certamente si tratta di una questione cruciale. La verità  della fede è l’amore. Non un amore come una esperienza soggettivistica, ma come rapporto autentico con la vita e con l’esperienza che l’uomo può riconoscere e comprendere. È questa sua consonanza con la struttura del reale e della nostra esperienza che permette alla fede di attraversare il tempo e le culture. Perché, se così non fosse, la trasmissione della fede sarebbe un compito impossibile. Invece, impegnando il cuore, ma anche l’intelletto e le mani, l’orecchio e la vista, cioè l’insieme della persona, la fede si intesse di continuo  dentro la vita, di cui ci aiuta a scoprire la verità.

Ecco perche la fede vera è sempre semplice e non ha bisogno di essere arrogante. La sua forza non sta nel fare la voce grossa, o nell’usare le strategia della seduzione o del potere. La fede, al contrario, parla la lingua della vita dell’uomo, delle sue speranze, delle sue sofferenze, delle sue paure. Semplicemente perché la fede non vuole catturare, ma ci vuole liberare.

Essa arriva a destinazione solo quando si veste di quella verità che è vita. Ecco perché, oggi più che mai, la fede è luce: l’oscurità del nostro tempo deriva dalla negazione della fede che porta con se il misconoscimento della vita e il restringimento della ragione. Dal dilagare della volontà di potenza che si traduce poi in pulsione di morte. Lo vediamo oggi ancora più chiaramente: la verità puramente tecnica, per quanto potente, non basta alla nostra sete di vita; né può soddisfarci la deriva soggettivistica, che ben presto si rivela fallace e insostenibile.

Di fronte a tale smarrimento, la fede ha dunque un grande ruolo da svolgere: aiutare l’uomo contemporaneo a riaprire l’orizzonte, ad allargare la ragione, a fondare la fratellanza, a riconoscere il bene comune. È questo ciò che serve all’uomo d’oggi che, pretendendosi onnipotente, rischia di perdersi e di autodistruggersi. Il Papa venuto dall’altra parte del mondo, dunque, non è solo capace di gesti. Il suo sguardo limpido apre uno squarcio nel cielo pieno di nubi che copre il nostro orizzonte. A condizione che ci mettiamo in ascolto e che ci riconosciamo, un’altra volta ancora, bisognosi di salvezza.

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