SCUOLA/ L’esame di maturità può bocciare il mestiere di vivere?

- Gianni Mereghetti

Per GIANNI MEREGHETTI, nonostante gli esami sembrano fatti apposta per addormentare l’umanità di studenti e insegnanti, essa, specie in certi momenti, continua a emergere sorprendentemente

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Foto Infophoto

Carissimi amici del Sussidiario,

E se l’esame di stato non bocciasse il mestiere di vivere? Questo mi chiedo, provocato dai tanti servizi e dalla particolare attenzione che voi avete avuto per gli esami di questo lungo anno scolastico. L’esame di stato è quanto di più contraddittorio vi sia nel panorama della scuola, questo è più che una evidenza, tanto che non saprei nemmeno da dove si possa iniziare per cambiarlo. Forse toglierlo sarebbe la soluzione migliore! Ma tutte le contraddizioni dell’esame non hanno scalfito nemmeno minimamente il mestiere di vivere, che invece dentro l’aridità del meccanismo si è potentemente imposto. Questo è quanto di più affascinante mi sia accaduto in questi esami, di poter vedere in azione il mestiere di vivere, di esserne colpito, affascinato. Dove l’ho visto? Innanzitutto negli insegnanti con cui ho fatto gli esami, perché hanno avuto a cuore più del meccanismo la persona di ognuno dei candidati alla maturità, di coglierne e valorizzare l’unicità. Ho imparato che ciò che conta è sorprendere l’umano in azione, la tensione irrefrenabile che il cuore mette in gioco di fronte alla realtà, il suo desiderio incontenibile di infinito, di sfondare i limiti dell’apparenza per arrivare al bello e al vero. Sono perciò grato di aver condiviso gli esami con degli adulti capaci di lasciarsi sorprendere dagli studenti, da quello che ci hanno comunicato, ognuno a suo modo, ognuno in modo affascinante. Non solo negli insegnanti ho incontrato il mestiere di vivere, ma anche negli studenti . Sono state soprattutto le “tesine” il momento più commovente, perché ognuna ha rivelato un mondo, ha dimostrato che cosa sia interessante nella scuola, che un ragazzo o una ragazza tenti la via personale della conoscenza. Di questo mestiere di vivere ho goduto, ho gioito, mi sono esaltato, perché ho visto degli studenti e delle studentesse che contro il meccanismo hanno avuto il coraggio di portare la loro umanità, di tentare vie geniali, di avventurarsi in ciò che loro interessa. Posso dire di aver visto realizzato ciò che don Milani scriveva sul muro delle aule della sua scuola, “I CARE”, questo ho visto, un interesse in azione. E questo è conoscenza, questo è arrivare a cogliere ciò di cui la realtà è impregnata, grondante, il legame con l’umano che ogni cosa porta dentro di sé. Tanto mestiere di vivere ha reso gli esami di stato una occasione per capire e capirsi di più, e questo è sufficiente a rendere utile un sistema di prove che è inutile e assurdo.

Solo un’ultima considerazione su cui sarebbe utile lavorare per tutto il mondo della scuola: urge che gli insegnanti capiscano che la questione decisiva dell’ultimo anno di scuola superiore è introdurre gli studenti  ad un approccio sintetico. Qui sta il problema serio dell’ultimo anno di scuola superiore, qui, nel passaggio da un procedimento analitico ad un lavoro sintetico. Bisogna che tutti gli insegnanti si impegnino ad educare alla sintesi, è nella sintesi che ciò che si apprende diventa conquista personale. Ci vuole un lavoro che solleciti alla sintesi, che la privilegi, che ne indichi e accompagni i passi. Qui si gioca molto del futuro della scuola, qui nella decisione ad insegnare ad ogni studente a tentare un approccio sintetico.

 



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