IL CASO/ 2. Tito Traversa, alla vetta più alta sei arrivato tra le braccia del destino

- Maddalena Bertolini

Tito Traversa, di soli 12 anni, aveva un grande passione: arrampicare. Era bravissimo. A causa di un imprevisto, è caduto. I genitori doneranno gli organi. Il commento di MADDALENA BERTOLINI

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Tito Traversa (titotraversa.it)

La notizia in fondo è semplice e brutale, come tutte quelle di cronaca, senza scampo, scabra.

Riporta: un ragazzino di soli 12 anni è morto perché ha battuto la testa, un trauma cranico gravissimo, cadendo da una parete rocciosa. I genitori affranti decidono di donare gli organi, sanissimi, del figlio. Perché altri ragazzi vivano attraverso il sacrificio della sua vita che è stata generosa fino in fondo.

Era un ragazzino che si chiamava Tito, era straordinario, come tutti i ragazzini si potrebbe obiettare.

Amava la natura, amava la compagnia, lo sport, amava soprattutto arrampicarsi.

Amava davvero arrampicare, non però sugli alberi; una passione. 

Un’arte a ben vedere.

Tito Traversa era speciale, e qui la notizia sfonda la mera cronaca. Sfonda ogni critica, ogni pregiudizio. Affonda il nostro sguardo dentro una vita che sfiora l’impossibile.

Lui era un campione; a livello mondiale, non solo italiano, di arrampicata sportiva. 

Un “climber”, questo il termine esatto, fin da giovanissimo raggiungeva i livelli più alti e aveva da poco concluso una salita di grado 8b, la sua quarta salita di tale livello. Che per i non addetti si potrebbe tradurre semplicemente con: era un drago. Andava al massimo. Quanto e più di un adulto.

Toglietevi la curiosità di vedere qualche sua foto, ne vale la pena: appeso su strapiombi in posizioni elegantissime, un ballerino prodigioso e agilissimo, pare che fosse così semplice per lui appoggiare le punte dei piedi e delle dita per salire su rocce panciute e domare la forza di gravità.

È bellissimo; lo guardi e capisci che un essere umano è capace di cose straordinarie, che l’uomo è davvero il miglior animale del mondo, il più dotato, il più intelligente e meraviglioso.

Lo guardi e vedi che ne è felice.

Perché arrampicarsi non è uno sport qualunque; si potrebbe obiettare che qualsiasi sport praticato ai livelli più alti necessita di passione, sacrificio, fatica e nel contempo dà grandissime soddisfazioni. Certo, ma arrampicarsi non è una solo un gioco, una gara. Lo è sicuramente, comprende anche la sfida, la sconfitta, comprende tutti i lati positivi e negativi di tante altre attività sportive. 

È certamente educativo, è una palestra di vita, insomma è uno sport completo e vero come tutti gli altri; e non si potrebbe neanche definirlo particolarmente “pericoloso”, anzi, perché la moderna attrezzatura rende il “climbing” sicuro: l’atleta è sempre agganciato alla corda, i rinvii rendono le eventuali cadute (che sono previste) semplici “salti” di pochi metri. Non si registrano percentuali elevate di incidenti mortali, affatto: il caso di Tito è eccezionale, dovuto sembra all’aggancio non perfetto della corda a diversi rinvii.

Eppure questo sport ha un aspetto speciale, direi peculiare, che lo rende diverso; per esempio ha bisogno di passione autentica e non indotta: non si può proprio costringere nessuno a salire lassù (non è come tirare calci a un pallone) e nessun genitore ha un tale potere coercitivo; lo si fa perché c’è in te una spinta imprescindibile a farlo. 

Che ti porta oltre la paura (di cadere, dell’altezza) e dentro te stesso, che spinge in alto, che sfida e gioca con il tuo limite. C’entra con la natura, con le pareti inviolabili e però anche con la capacità di adattare te stesso al nuovo percorso, una sfida di intelligenza, agilità e felicità. 

Tito era un ballerino leggerissimo che giocava con le sue doti fisiche straordinarie mettendole al servizio della sua intelligenza, della sua umanissima voglia di andare oltre, lassù, sempre più in alto verso la conquista di un pezzetto di vita saporitissima, intensa e vera. La stessa indicibile spinta che afferra l’uomo da quando è uomo, da quando è Ulisse, Cristoforo Colombo o Walter Bonatti, per fare qualche nome. Una volta erano detti “eroi” ma ora guardando Tito potremmo anche solo definirli “ardenti d’infinito”.

Come delle fiaccole che vanno avanti, perché è bello illuminare il mondo, l’anima. La propria anima innanzi tutto. Tutto il resto è dato in più.

Ora, tornando umilmente alla cronaca, difficilmente sentiremo chiamare Tito con il titolo di eroe, anche se è il nome di un grande imperatore. E questo è giusto. Forse non era ancora abbastanza grande per capire esattamente a quale spinta stava ubbidendo, forse non aveva ancora chiare le ragioni, faceva quello che faceva (cioè cose straordinarie) semplicemente perché gli piaceva.

È caduto.

A quanto pare l’attrezzatura che stava usando non gli era abituale, ha compiuto gesti per lui naturali credendo di essere in sicurezza. Hanno concorso una serie di accidentali imprevisti e sviste, non si può proprio parlare di colpe, forse solo di  sfortunate circostanze.

E Tito è volato, sono saltati i rinvii e ha sbattuto il capo contro la parete, contro la roccia. Una serie di eventi così terribilmente umani.

Che hanno ribadito proprio questo: Tito è un uomo. Sfortunato, fragile, mortale. E bravissimo. E bellissimo. Perfettamente uomo. Nonostante i suoi 12 anni, anzi, con tutti i suoi 12 anni. Vissuti così bene.

Grazie ragazzo, di tutto ciò che sei stato.

Grazie della bellezza dell’umanità che hai fatto risplendere.

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