LUMEN FIDEI/ Cottier: è un Tu che salva la ragione dal buio

- int. Georges Cottier

“Il linguaggio chiaro, semplice e limpido della Lumen fidei non deve trarre in inganno: cela questioni di enorme portata”. Il cardinale GEORGES COTTIER sulla nuova enciclica di Francesco

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Papa Francesco (Infophoto)

Lumen fidei, la luce della fede: così inizia la tanto attesa lettera enciclica scritta «a quattro mani» da Benedetto XVI e Francesco. Il documento, firmato da papa Bergoglio il 29 giugno, nella solennità dei santi Pietro e Paolo, è la prima lettera pastorale di Francesco, ma è anche la prima enciclica dedicata esclusivamente alla fede dal Concilio Vaticano II a questa parte, se si eccettua quanto contenuto in tema di fede nella Fides et ratio di Giovanni Paolo II.

L’enciclica dei due papi porta una sola firma, eppure i primi commenti apparsi sui giornali danno il massimo rilievo al tema della paternità del documento. Ieri su Repubblica Vito Mancuso si dichiarava preoccupato che papa Francesco avesse semplicemente apposto la firma a un lavoro di Joseph Ratzinger: sarebbe l’indice di una «totale consonanza dottrinale con papa Benedetto sulle cose fondamentali quali la fede e la morale». 

È proprio così, a quanto pare. «È certo che papa Benedetto XVI aveva preparato un’enciclica che non ha terminato» dice a ilsussidiario.net il cardinale Georges Cottier, teologo della Casa pontificia. «Il suo successore ha ripreso in mano quel lavoro e lo ha concluso. È nell’ordine delle cose, dunque il problema non esiste. Spetterà agli storici vedere qual è l’apporto di Francesco rispetto al testo primitivo, ma questo problema è del tutto secondario».

Quindi?
Quindi il testo che abbiamo in mano è di papa Francesco.

Che cosa la colpisce di più?
L’unità di pensiero, il linguaggio chiaro, semplice e limpido di tutta la Lumen fidei. Ma è una semplicità che non deve trarre in inganno: essa cela questioni di enorme portata. Questa apparente contraddizione è la scaturigine di una meravigliosa ricchezza.

Se la fede è dono di Dio, come l’enciclica dice più volte, chi non ha la fede è vittima di un’ingiustizia?
Questo è un mistero: non possiamo conoscere cosa c’è nel cuore delle persone. Sappiamo però che la fede è un dono di Dio che interpella l’uomo e gli chiede di essere accolto: Davanti a questo dono l’anima può chiudersi e rifiutare la fede. L’enciclica insiste molto sul fatto che la fede è un cammino: essa accompagna il pellegrinaggio dell’uomo nel tempo. Ma Dio è paziente con i nostri occhi perché l’uomo, in realtà, non cessa mai di cercare.

La fede riguarda anche la vita degli uomini che pur non credendo desiderano credere, si legge a un certo punto.
Sì. Già il Concilio affrontava chiaramente questo tema nella Lumen gentium, la costituzione dogmatica sulla Chiesa, e nella dichiarazione Nostra aetate. L’uomo desidera credere perché il suo cuore porta in sé l’aspirazione al divino, al senso definitivo della vita. Il relativismo è un segno di disperazione e di ripiegamento dell’uomo su se stesso, ma non può cancellare il desiderio fortissimo di Dio che grida nel cuore dell’uomo. Questo si verifica soprattutto nei giovani.

L’uomo desidera credere, ma ieri come oggi non è così semplice. L’enciclica cita Rousseau: «Quanti uomini tra Dio e me».

Rousseau rappresenta una visione fortemente individualistica, radicalmente alternativa a quella di un cuore in ascolto. Il Papa gli risponde più avanti, dove affronta il tema della mediazione della Chiesa. La fede è la fede della Chiesa: come battezzati siamo membra del corpo di Cristo e quindi della sua Chiesa. Parlando di ciò che la fede fa conoscere all’uomo, il documento sviluppa delle considerazioni sulla vita sacramentale, presenza della grazia di Cristo nella Chiesa, definendo i sacramenti «memoria incarnata»: la memoria non porta unicamente sul passato, porta sull’avvenimento di Cristo in quanto è presente in noi e questa presenza è data all’uomo nella Chiesa.

A proposito di individualismo. La fede di Abramo, spiega l’enciclica, è essenzialmente legata all’ascolto: Dio gli parla e lo chiama per nome. Cosa dice questo alla ragione contemporanea?
Vuol dire che la fonte della verità non è la ragione umana stessa. La fonte della verità non è in noi, è in Dio. Tutta la parte sulla visione, la luce e il dialogo con i greci significa questo, che l’autofondazione della ragione è una maniera falsa di considerare l’io. Se l’io si isola nella sua autonomia, perde la sua identità. L’uomo è fatto ad immagine di Dio ed è questa somiglianza che fa la sua dignità. Dipende da Lui in ogni momento! Se la ragione attinge la verità, è perché è prima illuminata dalla luce di Dio.

Leggiamo che la fede «vede»: cosa significa?
Vede perché coglie una verità. È il linguaggio di San Giovanni: nella Parola fatta carne noi abbiamo potuto vedere la sua gloria, per questo «la luce della fede è quella di un Volto in cui si vede il Padre» (30). La fede come tale non è cieca. La fede non esiste come tale solo relativamente alla visione finale di Dio, perché siamo già ora in cammino, riceviamo la verità e la professiamo. Quando professiamo Cristo e i sacramenti, queste sono delle verità, ecco perché credendo, in un certo senso, vediamo.

D’altra parte la fede conosce con il cuore: «Con il cuore si crede», dice san Paolo. Ci aiuti a capire.
Nella modernità il cuore è inteso in un’accezione tipicamente sentimentale, ma è una riduzione del significato biblico che è molto più pregnante. Nella Bibbia il cuore «è il centro dell’uomo, dove s’intrecciano tutte le sue dimensioni», intelletto, volere e affettività, dice la Lumen fidei. Il cuore è il fondamento e il nucleo vivente della persona, è l’anima in quanto creata da Dio e in rapporto diretto con Lui. Nella fede tutte le forze della persona sono mobilitate.

Per questo la verità viene sempre citata insieme all’amore?

Verità e amore sono il contesto in cui si situa la verità fondamentale che ci è rivelata nella fede: l’amore di Dio per noi. «Dio mi ama» vale per ognuno di noi, singolarmente… questo vuol dire il cuore. Infatti all’amore non si risponde con riflessioni teoriche − che pure sono necessarie −, ma con il dono personale: l’amore è dono e la risposta è dono.

Cioè la fede si comunica solo come dono personale.
Non siamo un gregge collettivo e anonimo. Il cristianesimo comincia nella biografia della persona con il battesimo, ma il battesimo è dato alla persona come tale, chiamata con il suo nome. Questo è importantissimo: la fede crea la comunione, ma la comunione è delle persone, ognuna con la sua libertà. Questo evita il rischio di una visione «collettivistica» o peggio «totalitaria» della fede stessa. 

Ne è sicuro? La fede non è troppo intransigente con la libertà dell’uomo?
Non è intransigente, al contrario: è aperta al dialogo perché la verità della fede nasce dall’amore. Sarebbe intransigente se nascesse da un capriccio soggettivo. L’atto di fede è il mio incontro con Dio, con l’amore personale di Dio. Quando capisco cosa vuol dire per me credere, capisco cosa vuol dire il rispetto dell’altro e del cammino che sta facendo. È accaduto che nella storia si sia tentato di imporre la fede, ma fare questo è contrario alla sua natura. La fede si propone e ad essa si risponde con un atto di libertà.

La libertà ha sempre ragione?
La libertà è nel sì dato a Dio: è qui che sta la libertà vera, non in una apertura senza bussola. Coloro che lo pensano di fronte a sé hanno solo il nulla.

Da dove vengono i rischi maggiori per la fede oggi?
Dall’uomo stesso, dall’uso che fa della sua intelligenza. Se ritiene di ricevere la verità − fides ex auditu − è sulla via giusta, se invece pretende di essere lui il criterio della verità, finisce per esercitare al limite nient’altro che una visione tecnocratica della ragione. Ma in questo modo la persona è senza un punto fermo e alla fine le resta solo il buio.

(Federico Ferraù)

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