CYBERBULLISMO/ Il suicidio della piccola Hanna e quella società che non sa più dire “noi”

Per ADRIANA BATTAGLIA, scuola e famiglia devono puntare sulla competenza comunicativa, quella capacità di entrare in relazione con gli altri in quanto partecipi di una situazione di crescita

10.08.2013 - Adriana Battaglia
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Hanna Smith, 14 anni, si è impiccata: il cyberbullismo l’ha uccisa, un’altra vittima adolescente del fenomeno bullismo che è brace, pronta ad attizzare subdoli fuochi devastanti. Mi sollecita una riflessione: l’essere umano è fatto per domandare e ricevere risposte. Tutto attorno a lui invita a farlo: i fenomeni della natura, la presenza dei suoi simili, la percezione di una realtà ambientale complessa. Se è la realtà esterna che sollecita le domande, si deve tuttavia riconoscere che è essenzialmente la struttura mentale umana che è spontaneamente sensibile all’interrogazione. Ed è a questa basilare interrogazione che rimandano i fondamentali bisogni umani di crescere, conoscere ed esibirsi. Nell’era dell’alluvione comunicativa il rischio è quello di un essere umano caratterizzato da uno sproporzionato orecchio e da un dilatato occhio.

Si sta avverando quanto sostenuto da Mc. Luhan, che “implosione elettrica sta portando nell’Occidente alfabeta una cultura acustica orale e tribale “. La tentazione di ridursi a consumatori di mass media è quella di perdere la capacità di progettare la propria esistenza sul terreno della creatività e dell’impegno personale, limitandosi a fungere da spettatori. E quali feroci spettatori saranno stati quei bulli che su ASK-FM inviavano alla povera ragazza, ipocritamente garantiti dall’anonimato, frasi che ferivano come armi: “Muori di cancro, non vali nulla, sei un essere inutile”. Anche di fronte allo stordimento prodotto dall’era dell’immagine al potere, la mente umana non smette di domandare. La domanda non è solo per avere, ma come rilevava Laeng è domanda per essere.

Avrà individuato i suoi persecutori, la povera Hanna? Si sarà chiusa in un deserto di dolore e incomunicabilità, la soglia della sua sofferenza ha oltrepassato i limiti. Scuola e famiglia devono puntare sulla competenza comunicativa, che è data dalla capacità di entrare in relazione con gli altri, non semplicemente come fonti di trasmissione di dati, ma in quanto partecipi di una situazione relazionale di crescita. Per questo saper comunicare si fonda su alcune basilari condizioni che predispongono al clima cooperativo, dato che senza la creazione di una piattaforma comunicativa, non c’è reale comunicazione, e nemmeno l’attivazione di relazioni reciproche che determinano la piattaforma della comprensione.

La competenza comunicativa rinvia alla creazione del clima collaborativo, che si attiva con ascolto, condivisione e collaborazione, atti a suscitare, strutturare, consolidare il senso del “noi”. Saper ascoltare, condividere, collaborare, diventa condizione per passare dal sistema dell’indifferenza al movimento della compromissione, uscire dal recinto dell’individualismo, per aprirsi allo spazio del coinvolgimento emotivo e sociale. L’art. 4 della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo (1948) prescrive che “nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù” e ciò non si limita alla strumentalizzazione e all’asservimento fisico dell’uomo, ma si estende “alla sua dignità e al libero sviluppo della sua personalità” (art. 22 della stessa Dichiarazione).

 

Hanna invece, in quel paese dell’Inghilterra centrale, Lutterworth, è stata tenuta in schiavitù psicologica dai suoi bulli, ha cercato disperatamente un rifugio dell’anima, perdendosi senza mai ritrovarsi, in questa estate calda quando ad ogni ora del giorno e della notte riceveva on-line insulti e infamie dolorose. E così, sotto il solleone ha cercato crepacci e guglie di ghiaccio per dar fine al suo dolore, abbandonandosi alla vertigine del vuoto e lasciando tutta l’asprezza dei momenti vissuti e la dolcezza delle pieghe nascoste. Per questo la battaglia contro il bullismo deve essere tra le priorità del nostro impegno sociale.

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