IL CASO/ 1. Da Catania: quei migranti, annegati dove noi imparavamo a nuotare

- Francesco Inguanti

Catania: sei migranti che facevano parte di un natante con un centinaio di persone a bordo, provenienti forse dalla Siria, sono annegate in prossimità della riva. FRANCESCO INGUANTI

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Finalmente anche da noi in Sicilia è cambiato il tempo. Dopo giorni di afa soffocante è giunto il maestrale che ha portato un po’ di refrigerio anche a tanti di noi che siamo già in piena stagione balneare. 

Si sa, il caldo ci vuole, ma occorre pur dormire la notte e, infatti, le ultime sono state dure da passare, anche per chi abita nelle nostre montagne. 

Il maestrale ha portato una pausa anche a quanti sono stati in questi giorni impegnati in mare per accogliere le migliaia di migranti giunti sulle nostre coste. Lampedusa ha ormai perso la propria “centralità” e gli immigrati sono sbarcati su tutte le spiagge della Sicilia e del meridione.

Ma l’arrivo questa notte dell’ennesimo barcone con un centinaio di siriani a bordo mi ha colpito più del solito. Sei di loro sono morti nelle stesse acque dello stesso stabilimento balneare catanese in cui da bambino ho imparato a nuotare, sotto lo sguardo vigile di mio padre che mi aiutava ad andare più avanti “lì dove non si tocca”, certo che la sua mano non mi avrebbe mai consentito di andare a fondo.

Eppure a trenta metri dalla riva, dopo un viaggio i cui rischi maggiori sembravano essere stati superati, sei di loro non sono riuscire a toccare terra, sulla stessa sabbia su cui per anni mi sono divertito per intere stagioni a giocare.

Oggi alla Plaja di Catania non si parlava d’altro. Questa volta le scene viste in televisione da cinematografiche sono divenute teatrali, e i sei cadaveri sulla spiaggia sono divenuti per alcune ore concreti compagni di tanti andati a prendere il sole e a fare il bagno nel primo sabato di ferie.

Si sa.La città è scossa! Il Sindaco ha cercato di interpretare i sentimenti dei cittadini non facendo mancare le sue parole ed un concreto aiuto ai sopravvissuti, attraverso le istituzioni locali e la ben nota generosità dei catanesi. Nemmeno il presidente della Camera si è privata dell’opportunità di augurare loro “un nuovo percorso di vita”, anche “grazie alla prima accoglienza fornita dalla città di Catania”. Speriamo che tra i soccorritori qualcuno abbia provveduto per tempo alla traduzione nella loro lingua, così da essere sufficientemente confortati in questo momento di dolore.

Si sa. Le tragedie e la morte in particolare sono fatte così: si possono esorcizzare quanto vuoi, ma quando ti lambiscono o ti attraversano cambia tutto, e anche l’ovvio ti interroga. E l’ovvio è il fatto che ormai siciliani, italiani europei, tutti abbiamo fatto il callo al costo di morti che gli immigrati che fuggono dal sud del mondo, con qualunque mezzo di locomozione si muovano, devono pagare per giungere in Europa. 

Ormai si sa: per ogni cento che giungono fra noi, vi è una parte che viene immolata lungo il viaggio. Noi ci commoviamo per quelli che muoiono più vicino a noi, nel Canale di Sicilia, ma nulla sappiamo di quelli che muoiono attraversando il deserto o attendendo per mesi prima di imbarcarsi.

Già, il viaggio! Oggigiorno tutti viaggiamo. Tutti pensiamo di conoscere i segreti del viaggiar bene. Il viaggio è metafora della vita. Il viaggio è tale se giunge alla meta. Ma quando la meta è a trenta metri, dopo un viaggio di migliaia di chilometri, e non riesci a raggiungerla perché non sai nuotare, che senso ha il viaggio?

Don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, ai ragazzi del movimento che in questi giorni stanno partecipando al pellegrinaggio di Czestochowa, grande metafora del viaggio, ha scritto che l’uomo per natura è un viatore noi siamo sempre nello status viatoris, siamo sempre ‘camminanti’, è una dimensione del vivere“.

E ha spiegato ai giovani questa dimensione fondamentale della vita con queste parole: “Durante il pellegrinaggio, come durante qualsiasi viaggio, si passa attraverso momenti (come nella vita quotidiana) in cui emerge più facilmente la consapevolezza di tutto il nostro bisogno, del bisogno che tutti abbiamo. E questo non verrà a galla perché facciamo un discorso o diamo una spiegazione, ma attraverso la strada, le circostanze: la stanchezza, le difficoltà, la solitudine. Proprio dall’esperienza che farete lungo il cammino sorgerà la coscienza del vostro bisogno e la domanda: «Che cosa avvertiamo di più necessario, se non il bisogno che una presenza ci accompagni lungo la strada della vita?»“.

Queste parole sono solo un fervorino spirituale per giovani pellegrini di robusta costituzione che giungeranno a ferragosto a Czestochowa o riguardano anche quel centinaio di siriani che sopravvissuti stamattina al mare della Plaja di Catania, da domani dovranno proseguire un viaggio, forse altrettanto avventuroso che, speriamo per loro, non si concluda con la beffa del rimpatrio a spese dello Stato italiano?

Ai giovani pellegrini Carrón dà questa risposta: “Ricordatevi che non andate da soli a Czestochowa, ma insieme. E questa è già una iniziale risposta, ma – come vedrete col passare dei giorni – questo non vi risparmierà le sfide né le difficoltà, ma sarà proprio attraverso le sfide e le difficoltà che potrete sperimentare la sorpresa di Cristo presente, compagnia alla vostra vita, e vedere che non c’è alcuna circostanza in cui Cristo non si possa manifestare. Questo è decisivo per vincere la paura, perché non la si supera restando nella propria stanzetta, senza rischiare nella realtà. Come ci ha sempre detto don Giussani, la vita come vocazione è un camminare al destino attraverso le circostanze, che sono parte della modalità attraverso cui il Mistero si rivela. Il popolo di Israele ha acquistato questa certezza in mezzo a tutte le paure e le vicissitudini, attraverso le circostanze, come i discepoli, come la Chiesa, come ciascuno di noi“.

E allora, chi farà compagnia a questi come ai tanti altri che sono giunti o che giungeranno tra noi?

Laura Boldrini si è subito precipitata ad augurare che possa iniziare per loro da Catania “un nuovo percorso di vita”. Ma da dove può venire questa novità e questa certezza? Da coloro che non hanno voluto far attraccare a Malta per giorni una analogo carico umano? Da coloro che si sono scandalizzati perché il Governo italiano ha fatto quello che chiunque avrebbe fatto, come questa notte il proprietario dello stabilimento balneare catanese ha fatto aiutando i naufraghi prima ancora di telefonare alla polizia?

Si sa. L’immigrazione del terzo millennio è diversa da quella dei secoli precedenti. Ma non è vero! L’uomo è viator per natura, ma può e rimarrà tale solo se troverà sulla sua strada una tenda dove essere accolto, senza subire domande e interrogatori prima di slacciarsi i sandali.

Se la civilissima società occidentale riprendesse a fare esperienza di questa semplice condizione umana, ogni tanto potrebbe trovarsi come Abramo che (ricordate la prima lettura di domenica 21 luglio?) accolse tre pellegrini che non conosceva e ricevette da loro la notizia che aspettava da sempre e della quale aveva perso la speranza: “Torneremo da te tra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”.

Così da sempre l’uomo viator ha vissuto la condizione dell’emigrazione.

La civilissima società occidentale vuole capovolgere questa logica, difendersi piuttosto che accogliere, far prevalere la paura piuttosto che la speranza. Ma così facendo dimentica che il rischio più grave che corre è quello di rimanere travolta dalla sua stessa paura, privandosi di ricevere una buona notizia magari da coloro da cui meno te l’aspetti.

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