GENITORI & FIGLI/ Veline, politici e calciatori: ma dei prof nessuno parla

- Lucia Romeo

Perché in Italia si parla di politici, magistrati, giornalisti, calciatori, veline, comici, ma pochissimo di chi invece ha la responsabilità di formare i giovani? LUCIA ROMEO

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Benedizione pasquale (Infophoto2)

Ci siamo. Sta per iniziare la scuola. La prossima settimana studenti di tutte le età cominceranno, o ricominceranno, quel percorso formativo che li dovrebbe far crescere come persone, dotandoli anche di un bagaglio culturale in grado di agevolare l’inserimento nel mondo del lavoro e, conseguentemente, la realizzazione del proprio percorso di vita. Ho detto dovrebbe, perché tante volte non è così. Siamo un Paese che da tanto, troppo tempo, ha smesso di investire sulla formazione e sulla scuola, e questo ha causato, e sta causando, problemi sempre più importanti ai nostri ragazzi. In un mondo ultra competitivo, è diventato fondamentale avere tante carte da giocare per poter emergere e garantirsi un avvenire migliore. 

Nelle ultime settimane abbiamo assistito alle solite discussioni su temi giudiziari, economici (Imu sì, Imu no, Imu forse), elettorali, costituzionali, ma nessuno sembra più interessato da tanto tempo a temi fondamentali: la ricerca, gli investimenti nei nuovi progetti, la scuola appunto. Viaggiando molto per lavoro, mi capita spesso di confrontarmi con quanto stanno facendo gli altri e il paragone è duro. 

Quando si va in Cina, per esempio, ci si può consolare (sic!) pensando agli elevatissimi livelli di inquinamento delle città principali rispetto a quelle italiane, ma poi andando nei centri di ricerca si vedono ragazzi giovanissimi e molto preparati che hanno già raggiunto posizioni manageriali, che parlano correttamente due o tre lingue e che hanno alle spalle una formazione di assoluta eccellenza. Lo stesso capita anche trasferendosi dall’altra parte dell’oceano. Non possiamo più aspettare. 

Dobbiamo tornare a credere nella scuola e a investire. Avevamo fino a non molti anni fa classi elementari di altissimo profilo, tanto che erano diventate un punto di riferimento per gli altri paesi. Molte riforme dopo e mille problemi dopo, assistiamo nella scuola pubblica ad un continuo balletto degli insegnanti (avere lo stesso corpo docente ogni anno è una chimera) con gravi problemi in termini di didattica e di costruzione del rapporto tra insegnanti e allievi, punto di fondamentale rilievo per la crescita dei nostri bambini e ragazzi. I primi anni, soprattutto, sono quelli che lasciano un’impronta indelebile perché rappresentano un passaggio importantissimo. 

Avere un impatto negativo, può portare a conseguenze sull’intero percorso scolastico dello studente. E qui arriviamo al dunque. “Insegnare – ricorda Daniel Pennac in Diario di scuolaè proprio questo: ricominciare fino a scomparire come professori. Se non riusciamo a collocare i nostri studenti nell’indicativo presente della nostra lezione, se il nostro sapere e il piacere di servirsene non attecchiscono su quei ragazzini e quelle ragazzine, nel senso botanico del termine, la loro esistenza vacillerà sopra vuoti infiniti. Certo, non saremo gli unici a scavare quei cunicoli o a non riuscire a colmarli, ma quelle donne e quegli uomini avranno comunque passato uno o più anni della loro giovinezza seduti di fronte a noi. E non è poco un anno di scuola andato in malora: è l’eternità in un barattolo“. Gli insegnanti sono la chiave di tutto. 

Nel nostro Paese si parla di tutte le categorie: politici, magistrati, giornalisti, calciatori, veline, comici, ma pochissimo di chi invece, ogni anno, ha la responsabilità più importante: quella di formare (insieme a noi genitori) i nostri figli e quindi l’Italia di domani. Chi di noi non ricorda l’insegnante che ha determinato il suo approccio con la scuola? Io, ad esempio, non potrò mai scordare la professoressa di italiano delle medie che mi ha insegnato a leggere e amare i libri. Le sue ore sui Promessi sposi restano scolpite nella mia memoria. Ancora oggi ricordo come interpretava don Abbondio, come la sua voce cambiasse all’apparire di padre Cristoforo, di Renzo, di Lucia o dell’Innominato. Sono sicuro che una parte importante delle scelte scolastiche che ho fatto dopo siano state influenzate in modo netto da quell’esperienza.

E allora perché parliamo degli insegnanti soltanto quando si tratta di prendere posizione sul precariato, sui concorsi pubblici, sulle situazioni di disagio della scuola. Dovremo parlarne tutti i giorni. Capire come formarli meglio. Come sceglierli. Come valorizzare quelli bravi. Perché le scelte sbagliate in questo settore diventano problemi sociali dopo. Studenti poco preparati, saranno manager mediocri per le nostre aziende. Ragazzi e ragazze che lasciano la scuola, saranno persone con minori chances. Per non parlare poi del potere terapeutico di certi insegnanti sui casi difficili: ragazzi e ragazze che grazie alla scuola hanno rifuggito la violenza e strade pericolose per trovare la loro strada.

Potremmo fare tanti esempi in questo senso. Mi piace farne uno solo perché si ricollega alla citazione di prima. Daniel Pennac: un ex somaro, come lui stesso si definisce, pluri ripetente che grazie a educatori capaci è riuscito a trovare se stesso, laurearsi, diventare a sua volta professore e poi scrittore di fama mondiale. E allora, facciamoci guidare da lui per una riflessione finale: “Ne ha dette, di stupidaggini, la mia generazione, sui rituali considerati segno di cieca sottomissione, sulla valutazione ritenuta umiliante, il dettato reazionario, il calcolo mentale degradante, la memorizzazione dei testi infantile, proclami del genere. Nella pedagogia è come in tutto il resto: appena smettiamo di riflettere sui casi particolari…per regolarci nelle nostre azioni, noi cerchiamo l’ombra della buona dottrina, la protezione dell’autorità competente, l’avvallo del decreto, la firma in bianco ideologica. Dopodiché ce ne stiamo saldi su certezze che nulla scuote, neppure la smentita quotidiana della realtà. Solo trent’anni dopo, se l’intera pubblica amministrazione vira di bordo per evitare l’iceberg dei disastri accumulati, ci permettiamo una timida virata interiore, ma è la virata della nave stessa, ed eccoci a seguire la rotta di una nuova dottrina, ligi a un nuovo precetto, in nome del nostro libero arbitrio, ovviamente, eterni ex studenti quali siamo“.

L’iceberg è vicino. Sta a noi schivarlo e assicurare ai nostri figli e a questo Paese un domani diverso e migliore.

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