PAPA & SCALFARI/ Perché la lettera di Francesco non va giù a certi cattolici?

Perchè questo Papa affascina e muove le personalità più diverse del mondo di oggi? E’ l’eterna giovinezza della Chiesa. Il commento di SALVATORE ABBRUZZESE

13.09.2013 - Salvatore Abbruzzese
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Papa Francesco (Infophoto)

La lettera del Papa a Eugenio Scalfari si inserisce nello stile colloquiale e diretto che è una caratteristica del cuore di Papa Francesco. La risposta che questa colloquialità immediata – propria della cultura argentina ma che va più in là di questa – sta incontrando sul piano planetario, rivela quanto questo stile fosse desiderato e atteso. Le lettere che un militante serenamente insediato nella propria laicità come Eugenio Scalfari ha deciso di scrivere al Papa costituiscono una delle manifestazioni, probabilmente una delle più visibili, di un tale desiderio.

La Chiesa, ancora una volta, stupisce per la sua straordinaria vivacità. Dinanzi ad un mondo dove la secolarizzazione sembra procedere a tappe forzate – non esitando addirittura ad insediarsi a colpi di circolari ministeriali come sta avvenendo in Francia – la Chiesa non cessa di allietarci con la sua instancabile giovinezza, propria di quella compagnia che nei fatti è; sorprendendo tutti e trascinandoci in un’eterna e instancabile “prima volta”. Ad una secolarizzazione oramai espressione delle strutture istituzionali la Chiesa replica con una freschezza fatta di carismi personali, che si consolidano in gesti immediati, in dialoghi sereni e assolutamente pacifici. Come se Cristo arrivasse ora, perché ogni volta che il suo messaggio viene annunciato è sempre, in qualche modo, la prima volta.

Di questa freschezza Papa Francesco è l’icona. Egli rappresenta l’eterna giovinezza dell’incontro ed è l’espressione matura di una Chiesa che può cogliere i frutti sia del lungo pontificato di Giovanni Paolo II che ha letteralmente rialzato e riportato alla vita visibile ed alla dignità sociale le masse dei credenti cattolici in ogni angolo del pianeta, sia di quello di Benedetto XVI che ha dimostrato la capacità di confronto diretto con il mondo moderno, un mondo che questi ha direttamente interpellato e provocato ai massimi vertici politici e culturali (come mostra, per l’Italia, l’allocuzione del 17 gennaio 2008 al corpo accademico dell’Università di Roma La Sapienza, dove scrive che la Chiesa e l’Università perseguono da secoli lo stesso cammino: quello della ricerca della verità). 

Papa Francesco è la Chiesa serena che si può insediare nel mondo moderno dopo che la sua credibilità culturale è stata serenamente ricostruita e la sua capacità di cogliere le speranze del mondo ampiamente dimostrata. È da questa postazione alta, finalmente recuperata, che Papa Francesco può dare vita a quello che, come suggerisce Eugenio Mazzarella, è molto di più di un semplice stile colloquiale, ma è il desiderio di aprire un dialogo personale con ciascuno.

Questo dialogo – come già è accaduto con Giovanni Paolo II – si sviluppa a partire dalla sua semplice testimonianza di vita. È sinceramente meraviglioso (almeno per chi ama questo stile relazionale) vedere come la dichiarazione di ciò che si possiede nel proprio animo e della storia dalla quale si proviene siano il modo e lo stile più semplici per costruire il dialogo. 

Le parole di Papa Francesco sono lineari e sconcertanti per la loro franchezza: “La fede, per me, è l’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e mi ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Ma al tempo stesso che è stato reso possibile dalla comunità di fede in cui ho vissuto (… ). Senza la Chiesa – mi creda – non avrei potuto incontrare Gesù, pur nella consapevolezza che quell’immenso dono che è la fede è custodito nel fragili vasi d’argilla della nostra umanità.” Le parole di replica di Eugenio Scalfari sulla Repubblica del 12 settembre sono a questo punto altrettanto eloquenti quando confessa di non potere che “ammirare un successore di Pietro che rivendica la Chiesa come luogo eletto affinché il sentimento di umanità custodito in vasi d’argilla non venga distrutto dai vasi di piombo che fuori e dentro la Chiesa spezzano i vasi d’argilla. Il Papa mi fa l’onore di voler fare un tratto di percorso insieme. Ne sarei felice.”

È in questo scambio di battute tra un Papa che mette in campo la propria testimonianza dell’incontro con Cristo avvenuto nella Chiesa e grazie alla Chiesa, ed un laico che ne riconosce l’autenticità, che risiede la natura profonda di quanto accade. 

Papa Francesco dialoga con il mondo moderno non solo attraverso l’incontro diretto e immediato con chiunque bussi alla sua porta. Ma anche realizzando un processo di riconoscimento del cuore dell’uomo in ricerca. Il richiamo alla coscienza, che tanto ha colpito Eugenio Scalfari, è nel cuore dell’annuncio evangelico, né può essere diversamente. Siamo pertanto su di un piano assolutamente diverso da quella che potrebbe essere una volontà di “aperture” e di “concessioni” come molti commenti sembrano affrettarsi a ridurre quanto sta accadendo. Qui sta avvenendo molto di più: si tratta infatti del reciproco riconoscimento, dove ciascuno riconosce la verità presente nella coscienza di chi vuole dialogare con lui. Non è la premessa a concessioni ed aperture, ma è la sostanza più autentica di ogni incontro reale: quel riconoscimento del cuore dell’altro, a partire dal quale nasce ogni stima autentica e sincera, ogni rispetto possibile.

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