AMANDA KNOX/ Il penalista: i nostri giudici non si facciano condizionare dagli Usa

- int. Mauro Ronco

Il 30 settembre si aprirà a Firenze il nuovo processo d’appello sul delitto Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia nella notte tra il 1° e il 2 novembre 2007. MAURO RONCO

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Immagine di archivio

Il 30 settembre si aprirà a Firenze il nuovo processo d’appello sul delitto di Meredith Kercher, la studentessa inglese uccisa a Perugia nella notte tra il 1° e il 2 novembre 2007. In primo grado, i due imputati Amanda Knox e Raffaele Sollecito furono giudicati colpevoli di omicidio e violenza sessuale e condannati rispettivamente a 26 e 25 anni di carcere. Durante il processo d’appello è invece emerso che le prove del dna che inchiodavano i due giovani erano in realtà inaffidabili. Amanda Knox continua a proclamarsi innocente ed esclude di tornare in Italia. In un’intervista a Quarto grado, andata in onda ieri sera su Rete 4, afferma: “sono stata in carcere per 4 anni ingiustamente e non posso conciliare questo fatto con la scelta di tornare, perché non si può dire che un innocente non può aver paura di essere sbattuta in carcere. A me è successo”. Ne abbiamo parlato con il professor Mauro Ronco, avvocato e docente di diritto penale nell’Università di Padova.

Che venga assolta o condannata, dal caso Amanda Knox la giustizia italiana esce con le ossa rotte, no?
Non sono affatto d’accordo. Anzi, a mio giudizio la giustizia italiana esce a testa alta per il suo grande senso di responsabilità.

In che senso?
Nel senso che ha vagliato le responsabilità di queste persone in più gradi di giudizio pervenendo a un’articolazione profonda delle problematiche probatorie. Ora, negli Stati Uniti tutto ciò non sarebbe successo.

Cosa sarebbe successo invece?
Con un verdetto e qualche giurato si sarebbe immediatamente chiuso il caso. Magari con una sentenza di condanna o – più probabilmente –  di assoluzione motivata da tanti aspetti emozionali, infondati però sul piano probatorio. Da noi si cerca invece di approfondire le questioni probatorie.

Una differenza profonda …
Spesso non ci si rende conto che la giustizia – soprattutto quella penale – comporta momenti conflittuali di grandissima portata. Il conflitto è proprio del processo penale; spetta al processo penale dirimere il conflitto. E il conflitto provoca grandi lacerazioni in coloro che ne sono parte: l’imputato, la parte offesa, i familiari, e così via.

Il delitto Meredith è un caso molto complesso. Nel processo d’appello è risultato che le prove del dna che inchiodavano Amanda Knox e Raffaele Sollecito erano inaffidabili.

Di fronte a un errore palese di motivazioni nella sentenza di secondo grado si è aperto un nuovo processo. Il giudice di cassazione ha detto: le motivazioni sono completamente prive di ragionevolezza, prive di consequenzialità logica, non tengono conto di una serie di elementi probatori che sono presenti nel processo e sono incompatibili. Allora si deve celebrare un nuovo processo. Non dimentichiamo poi i grandi condizionamenti da parte dell’opinione pubblica, soprattutto di ispirazione americana.

A cosa si riferisce?
A tutto il condizionamento che è stato esercitato dai mezzi di informazione americani, che hanno cercato di svilire l’operato dei magistrati italiani, soprattutto dei pubblici ministeri. Ci sono stati tanti episodi, ma ne ricordo uno in particolare: che c’era un giornalista americano particolarmente impegnato a diffamare la giustizia italiana agli occhi dell’opinione pubblica americana, allo scopo di dimostrare che i giudici italiani in realtà non avevano fatto un buon lavoro.

Come hanno svolto il loro compito i giudici italiani?
Mi pare che l’abbiano svolto con particolare attenzione, acribia e rispetto. Contro la superficialità che molto spesso invece anima i nostri − tra virgolette − amici americani. I quali sono spesso di una superficialità sconvolgente. Lavorano spesso in modo pregiudiziale senza alcun rispetto per l’imparzialità con cui devono essere affrontati questi temi. Preferisco una giustizia che prima di arrivare a una condanna o a un’assoluzione rifletta bene su tutti i pro e i contro. A meno che…

A meno che?
A meno che non si dica che quando siamo di fronte a una persona importante, protetta dai mezzi di informazione, abbandoniamo il giudizio. Se invece vogliamo perseguire tutti secondo giustizia, quale che sia il ruolo sociale, allora le cosa cambiano.

Si è fatto un’idea di questo processo?
Confesso di conoscere abbastanza bene questo processo e ho un’idea mia personale che non intendo esprimere nel modo più assoluto, dal momento che non tocca a me giudicare. Sono fuori dal gioco.

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