CASO BARILLA/ Perché le lobby gay non tollerano il Mulino Bianco?

- Paolo Ponzio

L’imprenditore Guido Barilla ha detto che non farebbe mai uno spot con una famiglia omosessuale. Apriti cielo: contro di lui si è scatenata una campagna mediatica. PAOLO PONZIO

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Guido Barilla (Infophoto)

Per noi il concetto di famiglia sacrale rimane uno dei valori fondamentali dell’azienda. La nostra è una famiglia tradizionale. Se ai gay piace la nostra pasta e la comunicazione che facciamo mangeranno la nostra pasta, se non piace faranno a meno di mangiarla e ne mangeranno un’altra. Ma uno non può piacere sempre a tutti per non dispiacere a nessuno. Non farei uno spot con una famiglia omosessuale, ma non per mancanza di rispetto verso gli omosessuali che hanno il diritto di fare quello che vogliono senza disturbare gli altri, ma perché non la penso come loro e penso che la famiglia a cui ci rivolgiamo noi è comunque una famiglia classica.

Queste le parole di Guido Barilla che ieri hanno suscitato una polemica senza eguali sui social network e sui principali media: ci si è schierati pro e contro la dichiarazione di un imprenditore che – difendo – ha il diritto “sancito dalla Costituzione” di manifestare liberamente la propria opinione, senza recare danno all’altrui persona, così come è altrettanto libero chiunque voglia rendere noto il suo dissenso. Questo avviene nelle comunità civili e nelle società democratiche. È dunque – potremmo dire –  innanzitutto una questione di libertà e democrazia. 

Ma potremmo anche commentare facilmente quanto accaduto ieri parlando della capacità impositiva di una certa parte dell’opinione pubblica (tecnicamente, si chiama lobby) di veicolare un pensiero “unico”. E su questa scia mi verrebbe da chiedere: e se qualcuno avesse attaccato la famiglia, vi sarebbe stata la stessa levata di scudi? Qualcuno avrebbe parlato di “reato” contro la famiglia? In questa contrapposizione sarebbe semplice definire anche gli schieramenti (come del resto abbiamo tutti avuto modo di vedere dalle dichiarazioni un po’ avventate di alcuni rappresentanti del popolo da noi eletti, e i termini non sono utilizzati a caso): seguendo l’indimenticabile adagio di Giorgio Gaber, essere o difendere la diversità di genere è senz’altro di sinistra, formare e tutelare la famiglia è certamente di destra. 

A questa logica della contrapposizione vorrei tentare di sottrarmi: non si salvaguarda nessuno quando si rivendicano posizioni estreme o posizioni di parte. Si fa solo il gioco di chi vorrebbe dettare l’agenda culturale civile e giuridica della nostra società. Nella realtà non abbiamo mai a che fare con slogan stereotipati, ma con persone e situazioni concrete, con disagi e difficoltà concrete, con discriminazioni e violenze concrete. 

La libertà e la democrazia non sono parole da utilizzate per innalzare facili vessilli ideologici: sono valori non negoziabili che occorre perseguire e declinare all’interno dell’evoluzione storica della nostra società. Ma valore non negoziabile è anche quella cellula della società che si chiama famiglia naturale e che, come ci ha ricordato papa Francesco nel suo messaggio per  la 47sima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, citando la nostra Carta costituzionale, è un bene per tutti, ribadendo poi che essa “rimane il primo e principale soggetto costruttore della società e di un’economia a misura d’uomo, e come tale merita di essere fattivamente sostenuta”. 

E, d’altra parte, valore non negoziabile è anche ogni forma di lotta alla discriminazione, alla violenza, all’abuso. Ma quando siamo di fronte a una persona che manifesta la sua diversità di genere, cosa guardiamo? Il valore della sua persona o il suo orientamento sessuale? 

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