DIGIUNO PER LA SIRIA/ L’appello di Francesco al desiderio di bene che ognuno possiede

- Cristiana Caricato

Oggi non si prega per la pace solo in Piazza San Pietro ma ovunque. Anche in un rifugio antiaereo della seconda guerra mondiale. Così si prepara la Chiesa italiana. CRISTIANA CARICATO

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Ci sarà anche chi scenderà a 20 metri sotto terra, a pregare, dove 70 anni fa si addensavano la paura e le lacrime di altre generazioni e di un’altra guerra. L’Italia e il mondo alle 19,00 in punto di oggi sospenderanno gli affanni per mettersi in ginocchio e supplicare il Cielo. Affinché impedisca un altro massacro. Convocati da quel geniaccio di Francesco, papa dal rosario in mano e lo sguardo in alto. A Campo Tizzoro, sull’appennino pistoiese, si è pensato di dir messa nel rifugio antiaereo costruito durante la seconda guerra mondiale. Tre chilometri di gallerie e cunicoli, sotto gli stabilimenti della Smi, la Società Metallurgica Italiana, dove negli anni 30 si costruivano cartucce, destinate a straziare milioni di corpi.

Nel 1937, la fabbrica era uno degli obiettivi militari strategici, per intenderci uno di quei luoghi segnati con un x che Obama tenterebbe di far fuori con un’operazione chirurgica. Alla vigilia della seconda guerra mondiale, voleva dire pane per oltre 6mila persone, gli operai e gli abitanti di Campo Tizzoro. Un borgo spuntato intorno allo stabilimento, con chiesa e scuola. Quando le cose si misero male, fu costruito il rifugio, nove pozzi, coperti con altrettante cupole in cemento armato, scale elicoidali e chiusure stagne in caso di attacchi con gas tossici, con tanto di impianto di ricambio e bonifica dell’aria. Sotto la vita tremante di uomini e donne, e persino neonati, gente che conosceva la guerra e il suo carico di dolore. Gli ingegneri che progettarono il sistema di gallerie, pensarono anche ad una cappella. Pregare non fa male, e soprattutto è indispensabile per chi gioca a nascondino con la morte.

Mons. Bianchi, pastore di Pistoia, che di nome fa Mansueto, ha deciso di trascinare un gruppo del suo gregge giù per le scale, con un bel po’ di terreno sopra la testa, non tanto per giocare con la suggestione del luogo, ma per far vivere un’esperienza. “Credo che sia importante mettere le persone in contatto con una realtà vissuta da altre generazioni, non solo nel tempo, ma anche nella geografia dei conflitti. C’è la Siria, ma anche altri luogi nel mondo dove ancora oggi si piange  e si muore per la violenza di conflitti sanguinosi” ha detto il vescovo Mansueto. “In se stesso Campo Tizzoro è un luogo della memoria, ma è anche il posto dove far toccare con mano cosa vivono altri poi non così lontani da noi”. L’operazione non è pedagogica, attenzione, ma strategica. Mons. Bianchi, come molti altri pastori italiani, sulla scia di Francesco è convinto che “la preghiera è una forza misteriosa e realissima del cuore”, il modo per fare appello “alla volontà del Signore ma anche alle coscienza degli uomini, al desiderio di bene che ciascuno possiede”. 

Così celebrare l’eucarestia nel sottosuolo, sedersi dove in molti attendevano il segnale dello scampato pericolo, per il vescovo di Pistoia, sarà il modo per aprire la mente e il cuore, al messaggio del Vangelo, che non può che essere un messaggio di pace. La preghiera come arma inarrivabile, dice, “risorsa umana di coscienza, intelligenza e libertà”.

Preghiera e digiuno. I due sacrifici chiesti da Bergoglio per stressare Dio, scongiurarlo, sfiancarlo, sfinirlo, raggirarlo. Lo ha sempre sostenuto: è nella natura dell’uomo “chiedere”, un suo “diritto”.  “Sei Dio? Allora beccati le mie preghiere, ascoltami, esaudiscimi”. Per questo il raduno in piazza San Pietro, la veglia fatta di Ave Marie e brani biblici, Adorazione eucaristica e silenzio, digiuno e comunione. Tutti insieme, da piazza San Pietro ad ogni angolo del nostro paese, per finire ad abbracciare il mondo.

Basta salire un po’ a Fidenza, altra diocesi, piccola ma determinata. Due chiacchiere con Mons. Mazza, rivelano un’adesione totale alla proposta di Francesco. Anche qui, come in molte altre chiese italiane, una grande adorazione eucaristica e la contemporaneità della preghiera in tutte le parrocchie. Si voleva un segnale di unità. “Se riusciamo a sentirci uniti nella preghiera – spiega il vescovo Carlo – il Signore ci ascolta. Uniti al Papa e al mondo. E’ la globalizzazione della pace, non un’espressione mediatica, ma concreta, profonda. Non nascondo la sorpresa di aver visto famiglie, giovani, anziani, completamente versati su questo evento. Digiuno e preghiera non si possono separare, l’uno e l’altro si abbracciano, ma il dono viene dall’alto, è la pace pasquale, quella che tocca il cuore”.  

C’è una Chiesa viva, pronta, che ha risposto immediatamente all’iniziativa di Papa Bergoglio. Una chiesa che non si vergogna di pregare, di credere nella Pace, di andare oltre le bandiere arcobaleniche, per sfidare con l’atto più umano che si possa immaginare. Una Chiesa che vuole testimoniare un’altra via possibile. Quella della carità. Come nel sud tormentato dagli sbarchi ad orologeria, dai barconi carichi di disperati, dai centri di accoglienza strapieni di rifugiati e immigrati.

A Ragusa il vescovo Paolo ha chiesto di pregare, ma con libertà. Così a Vittoria si troveranno a celebrare messa in piazza, davanti all’icona della Madonna, che Lei sa sempre cosa e come fare (Cana insegna), mentre a Ragusa ci sarà la veglia con l’adorazione eucaristica, e in tutte le altre cittadine momenti di preghiera e di silenzio. Mons. Urso, pastore con l’odore delle pecore addosso, sa tastare l’umore della sua gente. E dice che la risposta è stata spontanea e immediata, “sono felici di pregare”. Alla festa del patrono, San Giovanni decollato, aveva spiegato alla sua gente che il Battista era morto per una rete di cattiveria e che bisognava per questo opporre una rete d’amore. Un concetto semplice, come il cristianesimo, tradotto in una campagna essenziale: “aggiungi un posto a tavola”, una richiesta esigente in un territorio che fa i conti quotidianamente con la presenza ingente di immigrati.

Ma il vescovo che per i suoi 50 anni di sacerdozio si è fatto regalare un laboratorio di analisi per il Baby Hospital di Betlemme, ha dato una traccia importante per vivere bene la preghiera per la pace: “Digiunare e condividere, rivolgendoci a Colui che tutto può per diventare davvero costruttori di Pace. Non abbiamo bisogni di fioretti, ma di segni. Rinuniciamo a qualcosa per donare”. E ancora la contemporaneità. “E’ come quando ti metti sotto la finestra per chiamare qualcuno – spiega un vecchio parroco – Se sei da solo, magari non ti sente. Ma se urlano tutte insieme 10 persone, vedrai che alla fine si affaccia”. E poi Dio non è sordo.  

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