IL CASO/ La suora incinta e le domande sulla vocazione ridotte a “bar sport”

- Federico Pichetto

FEDERICO PICHETTO sul caso di una suora del Salvador di 31 anni che a Rieti, denunciando al 118 dolori addominali, si è scoperta essere incinta. Cosa pensare di un caso simile?

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(InfoPhoto)

Parliamoci chiaro: la notizia di una suora del Salvador di 31 anni che a Rieti, denunciando al 118 dolori addominali, si è scoperta essere incinta, ricorda o una di quelle barzellette che mirano ad ammantare di cinismo la vocazione religiosa, o un’inquietante pagina di Arrigo Boito che più di cent’anni fa metteva in guardia dal considerare la realtà come univoca e si divertiva a scandalizzare i ben pensanti, rivelando gli scheletri nell’armadio delle fanciulle apparentemente immacolate.

Il pretesto, infatti, è solare: insinuare il sospetto che la religione altro non sia che una gigantesca messa in scena condita di ipocrisia, un coacervo di perversioni che – sotto l’abito canonico – prende la forma mostruosa del potere e si ripara, grazie al sistema giudiziario ecclesiastico, da ogni tipo di conseguenza. È accaduto con i preti pedofili e accade ogni qual volta un uomo (o una donna) di Chiesa incorre in una condotta non consona alla propria scelta di vita.

La questione, tuttavia, abbraccia almeno tre dimensioni che non possono essere equivocate. Da un lato c’è la responsabilità pubblica. Un religioso non può pensare di avere la stessa “privacy” di un ottimo elettricista; un uomo di Chiesa sa bene che ogni suo gesto – per quanto intimo e nascosto – risulta nel nostro tempo come un “gesto pubblico”. Non serve spostare la riflessione sul diritto alla riservatezza di ogni cittadino: chi abbraccia una certa vita sceglie di non appartenersi più, di vivere di fronte a tutti. Su questo noi “uomini del sacro” abbiamo una responsabilità maggiore, oggettivamente ineludibile. La coscienza di questa responsabilità può crescere nel tempo, ma non può mai essere evitata, soprattutto come tematica cardine per gli anni della formazione.

E qui arriva la seconda dimensione da considerare: quella educativa. Nei mesi in cui infuriava la pedofilia come “scandalo nella Chiesa” sono state elaborate analisi profondamente errate che ancora oggi ci portiamo dietro: il problema di ogni fragilità affettiva – perfino della perversione più sconveniente – non sta infatti nell’impianto dogmatico e morale del cattolicesimo (in rimedio al quale ieri si diceva “fate sposare i preti” e oggi si sussurra “date una famiglia alle suore”), il problema affettivo è una questione dell’uomo, legata all’uomo. Senza voler “scaricare il barile” su nessuno, si può tranquillamente affermare che certi mostri sono il prodotto culturale e antropologico della nostra epoca, non l’esito di una presunta castrazione operata dalla fede. È l’uomo che oggi su questo tema ha bisogno di essere educato, non la Chiesa che deve “aggiornarsi”.

A riprova di ciò possiamo citare la notizia diffusa ieri dalla Santa Sede sui casi, più di 400, di sacerdoti cattolici ridotti allo stato laicale per motivi legati alla sfera affettiva negli ultimi due anni. Non mi risulta che pari provvedimenti siano stati assunti nel mondo della scuola o dello sport dove, per dovere di verità, i numeri dei casi di abuso sui minori sono nettamente maggiori di quelli registrati in passato in seno alla Chiesa, come non mi risulta che il biasimo collettivo per scelte di vita affettivamente difficili raggiunga il mondo delle donne in carriera o degli uomini consacrati al proprio lavoro.

Il cruccio del mondo è quello di trovare il modo di emarginare tutto ciò che disturba o che mette in discussione il sistema, mentre la vera emergenza è quella di un’umanità incapace di amare, affettivamente schiava delle mode e dei ricatti provenienti dai modelli relazionali dell’occidente. Tutto questo rende la dimensione educativa prioritaria per qualunque comunità ecclesiale: ogni storia deve essere sostenuta e protetta, affinché la persona possa degnamente abbracciare le scelte che compie, sviluppando una sensibilità e una maturità adeguata alla propria stagione della vita.

Il caso della suora di Rieti non è preoccupante per lo scivolone morale in cui è occorsa la religiosa, ma per un’esperienza della fede che si rivela incapace di accogliere tutte le domande e il dramma dell’uomo, fino al punto da muoverlo a cercare in altro la propria soddisfazione e la propria consistenza umana. A questo livello non sono pochi gli interrogativi che sorgono sulla cascata di vocazioni che giungono dai paesi del Sud del mondo e che sono accolte, dai vari ordini e dalle congregazioni religiose, spesso in modo acritico e devozionale.

Infine, credo che sia anche fondamentale ricordare che in questa vicenda c’è una dimensione personale ineffabile. Nessuno sa che cosa ci sia nel cuore di quella donna. Far diventare la sua storia tema da “bar sport” o vicenda da strumentalizzare risulta alquanto meschino e grottesco, al punto tale che alla fine non si sa se l’immaturità affettiva sia maggiormente attribuibile alla giovane mamma o ai suoi illustri, e interessati, censori.

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