ABORTO/ D’Agostino: il ricorso che mette i genitori contro la vita dei figli

Nuovo ricorso alla Consulta contro la legge 40 sul divieto per le coppie fertili di accedere alla procreazione assistita e alla diagnosi pre impianto. FRANCESCO D’AGOSTINO

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Nuovo caso di ricorso alla Consulta contro la legge 40. Lo ha presentato il Tribunale di Roma sollevando la questione di costituzionalità sul divieto per le coppie fertili di accedere alla procreazione assistita e alla diagnosi pre impianto. Lo spunto è stata la richiesta di una donna portatrice sana di distrofia muscolare Becker a cui, insieme al marito, era stato negato l’accesso alla procreazione assistita e la diagnosi pre impianto partendo da quanto dice la legge 40 che vieta queste richieste. Ma il Tribunale di Roma sostiene che la legge sull’aborto permette di interrompere la gravidanza in caso il feto sia affetto da una patologia. Esisterebbe dunque una contraddizione di fondo tra le due leggi. Secondo Francesco D’Agostino, contattato da il sussidiario.net, questo presunto contrasto nasce da una ipocrisia oggi imperante: “C’è una contraddizione effettiva, ma nasce solamente dalla linea interpretativa che si dà a queste due leggi. Se cioè si vuole leggere la legge 194 come diritto assoluto della donna ad abortire, cosa che non è nelle sue fondamenta, perché essa nasce con altri presupposti. Se non si fa ipocrisia linguistica, allora non ci sarà contraddizione con la legge 40 che è e rimane una legge anti eugenetica”.

Il caso in questione parla di una contraddizione tra la legge 194 e la legge 40. 

E’ una questione molto complicata. La legge 40 ma anche la legge194 partono da principio bioetici che oggi vengono sistematicamente rifiutati o addirittura mal compresi dalla cultura dominante.

In che senso?

La legge 40 dove autorizza l’aborto dei feti malformati in quanto malformati pretende sempre che la malformazione fetale sia rilevata come causa di una patologia della donna che chiede l’aborto. La legge 194 non riconosce l’aborto come un diritto per la donna ma impone alla donna di motivare con argomentazioni che riguardano la sua salute la richiesta di aborto. Se invece leggiamo la legge 194 come diritto abortivo della donna, è molto facile rilevare la contraddizione con la legge 40.

Una contraddizione dunque interpretativa?

La contraddizione nasce dal fatto che si parte con una linea interpretativa di queste leggi.

Quale?

La linea di interpretazione comunemente accettata anche in Italia sull’aborto è che la donna abbia diritto di abortire senza sindacare le sue ragioni. A questo punto se ha diritto di farlo perché non deve avere diritto a ricorrere alla fecondazione artificiale senza che questo possa ostacolare le sue ragioni di sapere le condizioni fetali e poi avere il diritto di abortire? E’ un nodo difficilmente interpretativo.

La Corte europea dei diritti dell’uomo sostiene perciò questa mentalità, che la nostra legge 194 pur non essendo tale, è invece diritto totale di aborto per la donna, in qualunque condizione. E’ così?

Certo, perché purtroppo la Corte europea ha adottato una lettura libertaria dei diritti umani fondamentali di carattere radicalmente individualistico per cui questi diritti vanno riferiti alla donna ma non al nascituro e questo provoca conseguenze a cascata. Esistono diritti riproduttivi ma non esistono diritti generativi, il nascituro non viene tutelato mentre la donna ha dritto a essere tutelata nella sua scelta di interrompere la gravidanza.

Una ambiguità etica?  

La spaccatura bioetica europea è gravissima e irrimediabile. E’ giusto non esasperarla, ma riconosciamo che questa spaccatura c’è e quindi queste pronunce delle corti non sono conciliabili con l’ispirazione bioetica della legge 40 e quella bioetica perfino di quella sull’aborto che reputa lecito l’aborto in alcune condizioni ma non l’innalza a rango di diritto.

 

Il modo corretto di leggere la legge 40 quale dovrebbe essere allora?

La legge 40 dovrebbe essere letta in questa chiave cioè come una legge che vuole interdire ogni pratica eugenetica, ogni soppressione di embrioni e nascituri per motivi eugenetici. L’interruzione della pratica eugenetica può entrare in contrasto con i diritti eugenetici di una coppia, la quale può avere interesse a selezionare eugeneticamente i nascituri per far nascere solo bambini sani e sopprimere bambini malati prima del parto o addirittura prima dell’impianto dell’embrione.

 

Come si potrebbe uscire da questo impasse etico?

Non c’è separazione fra queste due istanze: o facciamo prevalere l’interesse generativo dei genitori ad avere figli sani o sacrifichiamo l’interesse dei genitori e vietiamo ogni pratica eugenetica. Diciamo cioè non procreate se siete a rischio di trasmettere malattie oppure procreate a vostro rischio. Il no all’eugenetica è questo: se procreate embrioni malati non potete sopprimerli.

 

Ma questo non piace alla mentalità corrente.

E’ certo una opzione dura ma questo è il no all’eugenetica. Il no significa che un nascituro malato ha diritto a nascere per quanto sia doloroso. Se noi invece sopprimiamo un nascituro malato facciamo soppressione eugenetica. La legge 40 dice di no a tutte le indagini pre impiantatorie che possono attivare la soppressione degli embrioni altrimenti si distingue il sano e il malto per distruggere questi ultimi.

 

Anche il Tribunale di Roma dunque sollevando questione di costituzionalità ha avvallato di fatto l’eugenetica?

Il Tribunale di Roma ha detto che prevalente è l’interesse di una coppia e quindi anche quelle portatrici di patologie che possono essere trasmesse ai nascituri, dicendo che le norme della legge che limitano le indagini prenatali sono anti costituzionali. 

 

Si gioca a tutto campo su una presunta ambiguità per favorire una etica scorretta.

Viviamo in un sistema culturale che ogni giorno favorisce l’eugenetica senza volerlo ammettere. Tutti questi tentativi di limitare la legge 40 compreso quello della Corte costituzionale che ha fatto saltare il limite dei tre embrioni in provetta è uno di questi tentativi. La legge 40 diceva che in casi estremi la fecondazione in provetta può essere fatta su non più di tre embrioni.  La Corte ha fatto saltare il limite e questo significa che posso produrre dieci embrioni poi seleziono i migliori e gli altri li abbandono. Questa si chiama eugenetica: non procedo all’impianto tirando a sorte, ma esamino i migliori e li salvo e condanno gli altri. La Corte ha avallato una pratica eugenetica senza dirlo. Questo ulteriore ricorso è da capire nella stessa logica della Corte europea: si vuole avallare l’eugenetica senza dirlo. Poi fra qualche anno ci sarà qualcuno che dirà basta con l’ipocrisia linguistica, dirà che l’eugenetica va bene a tutti e farà una legge apposita. Alla fine le ipocrisie saltano sempre. 

(Paolo Vites) 

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