MORTE DI STATO/ Ilaria Cucchi: vogliamo aiutare lo Stato a isolare le “mele marce”

- int. Ilaria Cucchi

ILARIA CUCCHI commenta la puntata della trasmissione Presa diretta dedicata alle vittime degli abusi di polizia: nonostante tutto noi volgiamo ancora credere nelle istituzioni

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L’ultima puntata della trasmissione di Rai 3 Presa diretta ha suscitato molte polemiche e discussioni. Non poteva essere altrimenti con un titolo fortemente provocatorio come “Morte di Stato” riferito ai casi di violenze, morti, abusi effettuati da alcuni esponenti delle forze dell’ordine. Casi arci noti, come quelli di Gabriele Sandri, Federico Aldovrandi, Stefano Cucchi per dirne solo tre. Ilsussidiario.net ha chiesto proprio a Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, di commentare il programma: “Chiunque abbia visto la trasmissione avrà sentito che noi familiari delle vittime non abbiamo mai usato una sola parola di offesa nei confronti delle istituzioni, ma anzi proprio perché crediamo ancora nelle istituzioni, Presa diretta è stata una occasione per ribadire la nostra richiesta di rispetto e giustizia nei confronti delle vittime di alcuni esponenti delle forze dell’ordine”.

Che giudizio dà della puntata di Presa diretta andata in onda lunedì scorso?

Estremamente positivo, è stata una trasmissione necessaria e importante. Solo per il fatto di aver parlato di situazioni e di casi di cui normalmente nessuno sa nulla e che non legge da nessuna parte, il programma ha assunto il suo compito.

Casi poco noti, ma anche casi molto noti come quello di suo fratello. Come parente di una vittima cosa ha voluto dire questa trasmissione?

E’ stata una trasmissione sicuramente di grande impatto emotivo. Il dolore di tutti noi familiari che abbiamo raccontato le nostre storie e anche la difficoltà che le nostre famiglie hanno di intraprendere dopo una tragedia così grande un percorso di giustizia e di verità, era palpabile. Un dolore dovuto dal fatto che purtroppo le nostre istituzioni cercano in qualche modo di creare una protezione, uno spirito di omertà nei confronti dei colpevoli di questi sorprusi, e molto spesso questo ci fa male proprio per le istituzioni che rappresentano.

La puntata ha alzato domande molto provocatorie, come quando si è chiesto se effettivamente viviamo in un Paese democratico. Lei cosa avrebbe risposto?

Ovviamente ci rendiamo conto che è così,  il nostro non è un Paese del tutto democratico. Queste storie ce lo insegnano: i diritti dell’essere umano soprattutto quando l’essere umano è uno degli ultimi delle categorie sociali, vengono purtroppo e molto spesso calpestati. Penso alle nostre carceri che io ho imparato a conoscere dopo la morte di mio fratello. Prima guardavo alle carceri con un certo distacco pensando non mi riguarda. Diciamo che lo spirito di tutti normalmente è di guardare ciò che ci fa paura con distanza.

Invece adesso che cosa si sente di dire sulla condizione carceraria?

Sappiamo quanti sorprusi sono commessi nelle carceri italiane, alcuni vengono alla luce, molti no. Basti pensare che le carceri sono piene di relitti umani che non ci dovrebbero neanche stare e in carcere ci stanno soprattutto coloro che occupano gli ultimi gradini della scala umana: gli extra comunitari e i tossicodipendenti. Personalmente ho imparato a capire che nelle carceri la cultura del rispetto e dei dritti umani non è contemplata.

Un titolo fortemente provocatorio come “Morti di Stato”, anche giudicando dalle reazioni del giorno dopo sulla Rete, non pensa che allarghi il solco tra opinione pubblica e istituzioni, alimentando l’ostilità nei confronti delle forze dell’ordine?

Assolutamente no. Io l’ho percepito in maniera del tutto diversa. E’ invece sensibilizzare le istituzioni e le forze dell’ordine affinché non si creino dopo certi episodi quello spirito di corpo, quegli atteggiamenti a protezione dei colpevoli. Chi ha visito la trasmissione si è reso conto che dalle nostre bocche non è mai uscita una parola di offesa e di vendetta, continuiamo a credere alle istituzioni e proprio per questo ci sentiamo di chiedere che le forze dell’ordine oneste, e sono la stragrande maggioranza, e che svolgono il loro lavoro certamente in modo non facile siano i primi a denunciare le mele marce. Noi vogliamo credere nel principio delle mele marce. 

 

Invece?

 

Invece mi chiedo: perché ogni qualvolta avviene uno di questi episodi scendono in campo i sindacati? Mi spieghi lei cosa centrano nel caso di Aldovrandi i sindacati dopo che i colpevoli sono stati condannati in tre gradi di giudizio.

 

Si è parlato anche delle targhette identificative per i poliziotti che il ministro Alfano ha bocciato, lei ritiene che invece sarebbero utili?

 

Sicuramente, è una delle tante misure che bisognerebbe mettere in essere per iniziare a tutelare cittadini e forze dell’ordine. 

 

Ma non ritiene che siano rischiose, nel senso che un facinoroso potrebbe prendersela ad esempio con la famiglia del poliziotto di cui si saprebbe nome e cognome pubblicamente?

 

No, non riesco a capire di cosa si ha paura nel momento in cui una persona che prima di tutto è un cittadino comune come me e come lei può avere gli strumenti per individuare un colpevole e chiedere che venga punita come è giusto. Altrimenti non abbiamo davvero strumenti per ottenere giustizia. 

(Paolo Vites) 

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