IL FATTO/ Se la città dei Blues Brothers si ispira a Padova per “salvare” i carcerati

- Nicola Boscoletto

NICOLA BOSCOLETTO racconta l’incontro con la realtà carceraria di Chicago, dove si guarda con interesse al progetto italiano per ridare una seconda chance a chi ha sbagliato

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La Downtown di Chicago (foto Boscoletto)

All’inizio del 2014 era stato lui, il ristoratore italoamericano Bruno Abate, a visitare il carcere di Padova. Ora per noi era giunto il momento di restituire la visita. Ma per chiarire questa inedita amicizia tra Padova e Chicago occorre una breve premessa. Risale a tre anni fa il progetto di scuola di cucina e inserimento lavorativo nel carcere di Chicago, quel carcere della Contea di Cook famoso per aver ospitato un film cult come I Blues Brothers. Il progetto, che ha avuto una accelerata negli ultimi sei mesi grazie alla determinazione di Bruno e dello Sceriffo Tom Dart, si ispira a un modello italiano. Fin dall’inizio Bruno infatti era stato colpito dal forte accento sull’inserimento lavorativo dei detenuti proprio della cooperazione italiana. In particolare, per quanto riguarda la cucina, il suo modello era il carcere di Padova.

In questi anni molte delegazioni estere hanno visitato con interesse i nostri laboratori del carcere. Paesi latinoamericani, varie delegazioni europee… In Brasile, dopo poco più di due anni di scambi attraverso il progetto Eurosocial e la ong Avsi, il governo federale ha dichiarato che la politica pubblica si deve ispirare al sistema di recupero attraverso il lavoro sul modello della cooperazione italiana e specificamente sull’esempio del carcere di Padova. E ora, è il turno niente di meno che dell’America del Nord. Questo pensavo in aereo, mentre sorvolavo l’oceano. E devo dire che il sistema penitenziario americano visto da vicino è stato per me una grandissima occasione di ampliare un’esperienza lunga venticinque anni. Una grande esperienza professionale e umana. Non può essere che così, quando hai a che fare con la periferia delle periferie. Quali sono stati i momenti salienti della settimana?

Anzitutto gli appuntamenti istituzionali: l’incontro con il console italiano a Chicago Adriano Monti, con lo sceriffo Tom Dart, poi con il vicesindaco Steve Koch. E poi il carcere, naturalmente, il pranzo preparato dai detenuti, la visita ad una parte dell’istituto dove sono rinchiusi 1500 detenuti. Una parte, perché l’intero carcere ospita diecimila carcerati di cui tremila con problemi psichiatrici gravi. E poi tanti altri incontri con agenti, direttori, operatori volontari, tra i quali il primario di una delle strutture sanitarie più prestigiose di Chicago, guarda caso italiano. Tanti altri gli incontri, naturalmente. La domenica, a messa. Ho avuto un’accoglienza bellissima dalla piccola comunità di Comunione e Liberazione di Chicago. E poi anche un pizzico di turismo, culturale e no: un fenomenale concerto della Chicago Symphony Orchestra con Riccardo Muti nel Jay Pritzker Pavillion nel Millenium Park, il Field Museum of Natural History (quello del film Una notte al museo), lo splendido Art Institute (la seconda pinacoteca più grande degli Usa), i luoghi dei mitici Blues Brothers.

I momenti più belli sono stati due, il primo l’incontro con una ventina di detenuti coinvolti in questo progetto e il secondo l’incontro con lo Sceriffo. Bello, emozionante. Commovente incontrare i detenuti. Ho trattenuto a stento le lacrime. Quelle persone avevano lo stesso volto che ho visto nei nostri detenuti di Padova o del Brasile o del Portogallo. Quando guardi e tratti l’altro prima di tutto come uomo, per il valore che ogni persona è, esce il desiderio buono, la parte buona che è presente assolutamente in tutti e quello che vedi è uno spettacolo. In tutto il mondo l’uomo non è il suo errore, è molto ma molto di più. Quello con lo sceriffo Dart invece – l’autorità massima del carcere – è stato l’incontro con un uomo ricco di umanità e tanta voglia di fare, capace di coniugare l’attività di tutore dell’ordine con l’attenzione alle persone più deboli. Ma il sistema carcere negli Usa com’è?

Se il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni (come diceva Dostoevskij), i numeri dell’America sollevano molti dubbi. Con meno del 5% della popolazione mondiale, gli USA hanno circa il 25% della popolazione carceraria mondiale. Tre milioni di detenuti, 600mila minori, molti sotto i 14 anni, migliaia di minori con l’ergastolo. Che paese può essere un paese che produce un tale risultato? È come se oggi in Italia invece di avere 54mila detenuti ne avessimo 600mila. Poi uno si chiede come sono trattati i detenuti. Per visitare tutte le carceri dell’America non basterebbe una vita, quello che si sa tra conoscenze indirette e dirette è che il peggior carcere del mondo si trova in America, che il tasso di recidiva è pressoché totale, che le persone innocenti che finiscono in carcere sono oltre la media di altri paesi. Aggiungo che quello che mangiano non si sa cosa sia. Quando va bene spendono 1,60 euro al giorno per colazione, pranzo e cena.

I pochi detenuti che lavorano, chiaramente solo per lavori domestici, prendono 1-2 dollari al giorno per lavori di pulizie o cucina, si arriva a 5 dollari al giorno per chi lavora in lavanderia. Chiedo come mai la lavanderia così tanto. Mi rispondono che in lavanderia mettono i militari reduci dalle guerre che poi commettono reati, è una forma di riconoscimento. Dimenticavo: i detenuti non di colore hanno la stessa percentuale degli albini tra la popolazione. Stessa cosa tra gli agenti di polizia. Il personale: in tutta l’America i dipendenti che seguono le carceri sono circa un milione, la fanno da padrone gli agenti (75/80%), il settore in assoluto più sindacalizzato anche in America. A scuola può andare solo chi ha meno di 21 anni, in compenso sono moltissime le attività proposte: scacchi, carte, chitarra e la presenza delle più diverse confessioni religiose. Dimenticavo. La visita dei famigliari ai detenuti: 15 minuti alla settimana.

Ci si può chiedere quanto costa un detenuto al giorno negli States. Come in ogni parte del mondo, in America ancora di più, le carceri sono un business. Negli Usa come in Italia si gioca sui dati cercando non di dire bugie, ma certo di non dire mai tutta la verità. Il detenuto medio rinchiuso nelle carceri delle Contee (esistono poi altri due livelli) costa per difetto circa 140 dollari. Alcune categorie di detenuti poi costano meno alla collettività, ci sono situazioni di sfruttamento totale del lavoro come ai tempi degli schiavi, dove il detenuto percepisce, o almeno percepiva, un centesimo al giorno, altre costano di più, ad esempio nel caso dei minori, o dei malati psichiatrici. Da stato a stato la situazione varia molto.

Ma come fa lo stato a sostenere questi costi? Una domanda che ho posto a varie autorità. Unica la risposta: non ce la fanno più, è un problema gravissimo e non più rinviabile. Lo stato dell’Illinois è in grave crisi finanziaria come molti altri stati dell’Unione e l’America continua a stampare soldi: viva la concorrenza leale! Per non parlare del costo della manodopera: un operaio comune costa all’azienda tra i 6 e i 7 dollari all’ora. I costi della giustizia e del sistema penitenziario in particolare sono comunque troppo pesanti ed incidono sul Pil federale in maniera gravissima. La visita italiana cadeva in un momento particolare. Credo sia giusto parlare di “visita italiana” perché al di là della nostra esperienza padovana si percepisce un’attenzione sempre maggiore al modello europeo ed in particolare italiano. La mia visita infatti era accompagnata da una lettera del Ministro Orlando per mano del suo consulente personale Mauro Palma, esperto a livello internazionale del sistema carcere, attualmente presidente del Comitato Europeo per la Prevenzione e della Tortura.

Moltissime le domande sul nostro modello penitenziario nazionale, in particolare sul valore del lavoro come elemento principale del trattamento per il recupero e l’abbattimento della recidiva. Quasi un “arrivano i nostri” al contrario… E in effetti abbiamo tante cose da imparare dall’America, gli Stati Uniti sono campioni in tantissimi campi ma non sicuramente per la concezione di uomo, di comunità, di dignità, di democrazia, di uguaglianza sociale. L’Italia non ha niente da “importare” di tutto ciò. Potremmo diventare anzi un grande “esportatore” di vera civiltà. Questo il settore più importante da far ripartire prima possibile. In sintesi, da questa esperienza, mi porto a casa tante cose! Chicago è bellissima, pulita, tenuta bene. Anche se il comune ha pochi soldi in cassa, non fa mancare i servizi ai cittadini. Per deformazione professionale mi ha colpito il verde pubblico tenuto perfettamente (altro che i nostri parchi). Ma torno a casa soprattutto contento e commosso all’idea che in un carcere, in una sezione di 1500 detenuti, venti detenuti stiano vivendo una speranza nuova. Mi è più chiaro poi che in tutto il mondo le cose possono andare meglio solo quando vi siano persone che vivono con umanità, passione e responsabilità la propria condizione. E di persone così, come lo sceriffo Tom, ce ne sono in tutto il mondo.

Dimenticavo: ritorno in Italia fierissimo di essere italiano. Cosa succederà ora? Ci siamo lasciati con tre punti di lavoro. Il primo è allargare il numero di persone che aiutano il programma di recupero in carcere a Chicago: nelle prossime settimane si aggiungeranno quattro operatori.

In secondo luogo la facoltà di Giuriprudenza dell’Università di Chicago promuoverà uno studio per mettere a confronto in termini analitici il sistema americano con quello italiano (con un focus sul lavoro) e quello brasiliano (con un Focus sulle APAC, Associação de Proteção e Assistência aos Condenados) finanziando borse di studio e inviando a due a due in Italia ed in Brasile studenti di un Master. Da notare che da un paio d’anni anche un progetto del Fetzer Institute del Michigan sta studiando il caso-Giotto. Per terzo, verificheremo la fattibilità di vendere i Dolci di Giotto e I Dolci di Antonio a Chicago in modo tale che il ricavato finanzi queste attività nel carcere di Chicago. Il claim c’è già: “Giotto for Recipe for Change – Italia/Chicago”. “Una ricetta per cambiare” infatti è il nome dell’associazione che Bruno Abate ha fondato per svolgere questa attività. Insomma, quando c’è un’impresa importante c’è sempre di mezzo un italiano, e quindi forza Bruno, è proprio il caso di dirlo, visto il luogo: «Siamo in missione per conto di Dio».

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