LETTERA/ I sindaci vogliono le nozze gay, ma la legge sta con Biancaneve

- Luca Moser

Il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è previsto nell’ordinamento giuridico italiano. Ciò nonostante, molti sindaci registrano queste nozze. Il commento di LUCA MOSER

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Caro direttore,
se mai qualcuno poteva avere dubbi, eccoci arrivati, con modalità tipicamente italiche, ad un nuovo tormentone: la registrazione da parte dei Comuni dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero. 

Qual è il significato di quanto sta accadendo? L’azione, evidentemente concertata, tra le diverse realtà organizzate del mondo gay e il sindaco di Roma Ignazio Marino e quello di Milano Giuliano Pisapia, porta allo scoperto una deriva sul piano dell’etica pubblica che coinvolge ormai, in modo preoccupante, sia cittadini portatori di interessi legittimi, ma il cui riconoscimento non è ad oggi previsto dall’ordinamento giuridico italiano, sia amministratori pubblici che agiscono in modo difforme rispetto a norme vigenti per assicurarsi visibilità e consensi da parte di lobby organizzate. Un sindaco non può pensare di compiere atti che introducono nel nostro ordinamento istituti – quali le nozze gay – che ad oggi tale ordinamento non prevede. Così come è fuorviante appellarsi ad una presunta cogenza legislativa a livello europeo, posto che il tema rimane di competenza degli Stati nazionali e che la Costituzione repubblicana rimane il vertice del nostro ordinamento giuridico. 

In Trentino la minoranza politica è riuscita, con un’azione coordinata di carattere ostruzionistico nel metodo, ma fortemente argomentata nel merito, a bloccare l’approvazione di un subdolo disegno di legge, che in nome del contrasto all’omofobia vorrebbe in realtà diffondere l’ideologia gender nelle scuole, sui luoghi di lavoro, nelle istituzioni. Il presidente locale di Arcigay Paolo Zanella afferma ora che “ai sindaci non si chiedono gesti eclatanti o azioni di disobbedienza civile, si chiede semplicemente di prendere atto della realtà”. Sono perfettamente d’accordo con questa sua dichiarazione. Peccato che della realtà egli non fornisca una rappresentazione oggettiva, ma preferisca farne – credo volutamente – una caricatura.

La realtà, nuda e cruda, è che i Comuni italiani non sono tenuti a registrare matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti in altri Paesi che prevedono l’istituto del matrimonio tra persone dello stesso sesso. E ciò perché, molto semplicemente, il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è previsto nell’ordinamento giuridico italiano. 

“Questi matrimoni devono essere registrati”, sostiene apoditticamente Zanella. Ed è proprio tale pretesa a svelare il deficit di senso civico di chi, conducendo culturalmente una battaglia finalizzata ad affermare la dittatura dei desideri individuali, neppure si cura di svolgere un esame obiettivo sulla normativa vigente, perché suppone che il desiderio, legittimo per carità, contenga in se stesso una cogenza tale da modellare di per sé – e qui sta l’errore di fondo – la normativa. Se il primo sostenitore del disegno di legge sopra ricordato è interprete di una concezione della democrazia che si nutre di pretese prive di fondamento giuridico, forse è meglio prevenire l’ingresso di questa cultura nelle nostre scuole, sui luoghi di lavoro, negli ambiti in cui si svolge la vita comunitaria.

Dunque, a dispetto degli imperativi categorici di Zanella, i Comuni non sono in alcun modo tenuti a registrare i matrimoni omosessuali. Il sindaco Pd di Trento, persona che appare tutt’altro che ostile ad un ampiamento dei diritti civili per coppie di fatto etero o omosessuali, prende pubblicamente atto che tale registrazione produrrebbe effetti nulli a legislazione vigente. Ed è assolutamente ragionevole che la pubblica amministrazione, già sufficientemente appesantita dalla miriade di adempimenti richiesti a cittadini, famiglie e imprese, non sprechi tempo e risorse per compiere atti giuridicamente nulli. 

Il sindaco Pd di Rovereto, patria di Antonio Rosmini, dichiara invece candidamente che “da tempo sto studiando insieme ai legali del Comune e ai suoi collaboratori un modo per validare alcune nozze, iscrivendole nel registro anagrafe”. Legali e collaboratori, pagati con soldi pubblici, si ostinano a trovare una strada per giustificare un atto pubblico che ha effetti nulli. L’ennesimo insulto al buon senso, e soprattutto a chi stenta a sbarcare il lunario, di politici che pensano a cavalcare strumentalmente l’ideologia del politically correct, la quale si nutre di questioni di principio che sempre più spesso si declinano traducendo meccanicamente il desiderio di una parte – quella che ha più strumenti per farsi sentire – in norma. 

La tesi dei gruppi omosessuali è che il sindaco sarebbe tenuto a trascrivere all’anagrafe i matrimoni gay contratti all’estero, lasciando che sia un eventuale successivo pronunciamento giurisdizionale ad annullare tale trascrizione. Già, ma se tale trascrizione ha effetti giuridicamente nulli, di che cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di una battaglia mediatica e simbolica, nella quale gli omosessuali giocano a fare le vittime, urlando sempre più forte per coprire le grida silenziose che i nostri cuori riconoscono, che sono quelle dei bambini a cui si vuol far credere che papà e mamma, o due mamme, o due papà sono la stessa cosa.

Con colpevole leggerezza, alcuni primi cittadini – magari gli stessi che in altre circostanze hanno magnificato la Costituzione repubblicana – si pongono al di fuori della Costituzione medesima, sottovalutando colpevolmente quanto sia pernicioso creare precedenti che indeboliscono le stesse istituzioni che sono chiamati a guidare.

Nel nome di una deriva per la quale qualunque forma di unione affettiva deve godere di pari dignità anche nell’educazione, il delirio del politically correct arriva a pretendere di riscrivere i libri di fiabe per bambini, perché i racconti che Biancaneve e la Bella Addormentata nel Bosco vennero svegliate da prìncipi rischia di lasciare tracce potenzialmente omofobe. E purtroppo nelle scuole e nella formazione degli insegnanti sono sempre più riconoscibili tracce dell’ideologia del gender, che costituisce uno dei volti più subdoli del pensiero debole e dell’impronta nichilista che dominano la cultura contemporanea. 

Oggi viviamo un sovvertimento dei principi sui quali le nostre comunità hanno fondato il proprio sviluppo civile e culturale. Diventare padre e madre è diventato – secondo l’ultima sentenza della Corte costituzionale sulla legge 40, che ha dichiarato ammissibile la fecondazione eterologa – un diritto incoercibile. Io credo ancora che un figlio sia un dono, non un diritto. E che, in merito ai temi della fecondazione medicalmente assistita, dei matrimoni e delle adozioni da parte degli omosessuali, sia fondamentale che le parti deboli – figli già nati o comunque concepiti – trovino chi si prenda a cuore i loro diritti, chi scelga di dare voce a chi voce non ha.

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