FABRIZIO CORONA/ Il “bello e dannato” che mette d’accordo tutti i moralisti

- Monica Mondo

Per MONICA MONDO, Corona ha sempre gridato con rabbia il suo perché. L’ha urlato con la sua vita di eccessi. Deve finire i suoi giorni in una cella per questo?

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Fabrizio Corona (Infophoto)

Per costruirne l’icona dell’eroe romantico, bello e dannato, è un passaggio perfetto e necessario. Ci voleva il carcere, per Fabrizio Corona, per eternizzare il suo personaggio. Peccato che non si tratti di leggenda, da romanzo e da film. Peccato che a siglare l’ennesima storia di malagiustizia sia una figura così antipatica, collettore ideale di tutto il disprezzo e il moralismo nostrano. Troppo bello e cosciente di esserlo, troppo fortunato, accompagnato da donne modello di sex appeal, troppo ricco e col fegato di ostentarla la ricchezza, troppo cercato invitato blandito dallo star system che ha contribuito a creare.

Ma anche tanto strafottente, vanitoso, presuntuoso, volgare, cinico, o così pareva, a sguardi in fondo in fondo invidiosi. Bisognava fermarlo, toglierlo di mezzo, lasciarlo solo. E spiegare al suo pubblico la fatale parabola, condita di morale inevitabile. Non si fa. Bisogna avere una vita regolare, fingere molto, per essere educati, negare che soldi e donne e successo siano il tuo sogno ossessivo. E’ così per molti, ma meglio che non si noti. Sine caste, tamen caute. Non bisogna sfruttare le persone col proprio lavoro: guai a farlo coi vip, meglio ingannare la buonafede della gente semplice, ci sono parole come utilizzare, valorizzare, riorganizzare, offrire prestiti, per fregare le belle speranze e le molte illusioni. Ci sono esempi a iosa di ricatti e sfruttamento sul lavoro e sui giovani, sulle giovani. Di solito i responsabili li fanno amministratori delegati.

Trezeguet non ci pare una vittima. E infatti none ne chiede lo status, da gentiluomo ha bypassato con eleganza lo sgambetto, gliene sono capitati di peggiori. Corona è in galera per lui, e lui non lo accusa. Poi, una volta dentro, è facile tirargli addosso di tutto: non ha pagato le tasse. Come se fosse l’unico. Niente condoni, per lui. Come magistralmente stuzzica Fiorello nel suo quotidiano Fuori programma, tra le poche voci irridenti che osa affrontare temi scomodi. Corona non mangia, non dorme, piange, fa ginnastica, innaffia le piante? E’ pericoloso, provoca, processo per direttissima, appioppiamogli qualche anno in più.

Dove sono i garantisti? Dove sono i politici, i volontari delle ong, i giornalisti, i preti? Dove sono le sue splendide amanti, che una sola non sia capace di alzare la voce, di amare la persona, se non più i suoi muscoli, i suoi tatuaggi? Troppo facile dimenticare, ora, quando stargli al fianco era servito alle comparsate in tv, alle copertine patinate, perfino a trovarsi il nuovo fidanzato. Ha diritto Corona, alla nostra attenzione, commozione, testardaggine, invettive, oppure no, perché resta così maledettamente bello e cattivo? Dobbiamo aspettare una bella penna che lo inserisca in una replica di Romanzo Criminale?  

Corona non è Vallanzasca. Stupratori, pedofili, assassini, mafiosi, folli, ex terroristi (ex?), l’ultimo extracomunitario col piccone ci strappa una lacrima, una giustificazione. Corona, no. Eppure lui ha sempre gridato con rabbia che non voleva morire. L’ha urlato con la sua bellezza, con la sua vita di eccessi, con il suo mettersi in vetrina, la voglia di mordere la vita con denti voraci. Almeno lui ha saputo urlare. Deve morire in una cella, per questo, sedato, riformato, spento?

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