DIVORZIO BREVE/ Se Renzi “privatizza” la famiglia porta l’Italia nella giungla

- Simone Pillon

Il governo Renzi ha accelerato sulla riforma della giustizia, e questo è un bene. Ora però vuole far scattare una tagliola nell’ambito del diritto di famiglia. SIMONE PILLON

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Il governo Renzi ha accelerato sulla riforma della Giustizia, e questo è un bene. Nel Paese delle toghe rosse solo un governo con guida a sinistra può pensare di metter mano alla giustizia e passarla (relativamente) liscia. Ciò che tuttavia colpisce è la tagliola che si vuol far scattare nell’ambito più delicato del diritto civile e cioè il diritto di famiglia.

Da anni associazioni di ogni colore si muovono per ottenere il riconoscimento delle peculiarità del diritto di famiglia, chiedendo attenzione agli operatori del diritto e giungendo ad ipotizzare l’istituzione di un Tribunale della famiglia, dedicato specificamente alla materia.

Affido, adozione, separazione, divorzio, interdizioni, inabilitazioni, collocamento dei minori e quant’altro sono solo alcune delle delicatissime tematiche trattate dal diritto di famiglia. Come ognuno ben sa, si tratta di diritti personalissimi, che investono direttamente l’intima vita delle persone e che spesso hanno impatti assai consistenti sul benessere, sulla salute e sulla qualità delle relazioni di chi ne subisce gli esiti.

La ragione avrebbe voluto che tale materia fosse dunque oggetto di una ponderata riflessione che privilegiasse in via principale la formazione degli operatori e la serietà delle procedure. Invece, il governo ha pensato bene di “fare cassa” gettando la famiglia nel calderone e ipotizzando di proporre con le forme urgenti del decreto legge – che impediscono ogni confronto parlamentare – una sorta di divorzio-bricolage, un fai da te del diritto di famiglia che fa sembrare garantiste e scrupolose le precedenti proposte di divorzio-express e divorzio-missile.

In poche parole – secondo il governo Renzi – per sgorgare il lavandino della giustizia è sufficiente che chi vuole divorziare lo faccia e basta, scrivendo i suoi desiderata su un pezzetto di carta da formaggio e poi facendoli ratificare nientemeno che da un qualsiasi avvocato, che poi provvederà a trasmettere gli atti al comune per la trascrizione. Il tutto anche dopo sette mesi dal matrimonio (un mese servirà per la separazione, no?).

Chi scrive esercita da anni la professione forense, e ben conosce i suoi polli. Ci sono avvocati e avvocati. Ci sarà che farà le cose con attenzione e scrupolo e chi tenderà a “tirare via”. Ma il vero punto non è questo. 

Sottrarre al sindacato pubblico esercitato dal giudice e affidare ad avvocati o notai o a chi vi pare la gestione di diritti che i giuristi fino a qualche anno fa avrebbero unanimemente definito “indisponibili” significa fare un altro passo nella direzione di chi vuol trasformare il matrimonio e con esso la famiglia in una relazione privata.

Lo stato, la comunità, si dice non debbano aver più nulla a che vedere con la relazione famigliare che deve restare relegata nell’ambito della sfera privata dell’individuo. 

Eppure quello stesso stato, quella stessa comunità, quella coesione sociale di cui tanto cianciano tanti soloni, si nutrono e traggono la propria linfa vitale proprio dalla famiglia “seminarium rei publicae”, scuola di repubblica, come soleva dire Cicerone. Privatizzare la famiglia porterà dunque in modo inevitabile ad alcune elementari conseguenze: la prima sarà la soccombenza del debole contro il forte. Non dimentichiamoci che il matrimonio – checché ne dicano le femministe avioprive – è la più femminista delle istituzioni umane. Per il maschio infatti sarebbe molto più facile passare di fiore in fiore lasciando la donna sola a tirar su i “prodotti del concepimento”. Aver ottenuto che il maschio diventi “marito e padre” e sia incluso nel nucleo familiare, sostenendo, completando e integrando l’endiadi madre-figlio è certo tra i più importanti diritti conquistati dai bambini e dalle loro madri. Rinunciare a cuor leggero a tale conquista porterà rapidamente in vigore la legge della giungla nelle relazioni tra i sessi e le generazioni.

La seconda conseguenza di tale privatizzazione, più a lungo termine, sarà l’implosione sociale. Non è dato infatti di capire per quale ragione potremo pretendere che ci si prenda cura della nonna anziana o del fratellino disabile o – orrore! – che si difenda la patria, quando avremo ridotto i legami familiari al rango di accordi verbali stipulabili “per facta concludentia”.

Il nostro consiglio per il Governo è dunque di procedere, spedito, a riformare la giustizia, offrendo tuttavia al diritto di famiglia le necessarie cautele e tutelando in ogni modo la natura squisitamente pubblica di quel coraggioso patto tra uomo e donna che da qualche centinaio di millenni fonda – tutto sommato con risultati lusinghieri – l’esistenza e lo sviluppo dell’umanità.

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