SINODO FAMIGLIA/ 1. Se chi difende la “fortezza” ha paura della misericordia

Comincia il sinodo sulla famiglia. Pensare che l’intento del Papa sia quello di blandire la cultura contemporanea vuol dire essere completamente fuori strada. MAURO MAGATTI

05.10.2014 - Mauro Magatti
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Roma, infophoto

Con il sinodo straordinario sulla famiglia, il pontificato di Francesco entra nel vivo. Voluto fortemente del papa, esso dirà quanto Bergoglio è capace di rendere concreta la sua volontà di rinnovamento della Chiesa. 

Il tema della famiglia, benché cruciale, è tutt’altro che semplice. A mezzo secolo dall’approvazione  delle prime leggi divorziste, la situazione è profondamente cambiata: divorzio (sempre più “breve”), aborto, convivenze, e poi anche unioni omosessuali, fecondazione assistita tecnologicamente anche al di fuori della coppia. Se un nostro progenitore vissuto negli anni 50 potesse vedere la situazione di oggi, non crederebbe ai suoi occhi. Per non dire nulla di quello che accade al di là dell’Occidente, dove la famiglia cristiana non è mai diventata il modello culturale di riferimento. 

Pensare che l’intento del Papa sia quello di blandire la cultura contemporanea, annacquando l’originalità cristiana, vuol dire essere completamente fuori strada. È vero semmai il contrario: il sinodo, infatti, è stato convocato proprio perché la Chiesa tutta arrivi a stabilire cosa dire e come fare per contrastare la deriva che si afferma in questa fase storica, rilanciando la famiglia come prima ed essenziale cellula della vita personale e sociale.

L’obiettivo, dunque, è chiaro e comune. La discussione serve per concordare sui modi più opportuni per raggiungerlo.

Prima di approfondire la questione, una notazione di metodo importante. Papa Francesco vuole anche che il sinodo esprima la rinnovata capacità delle Chiesa di riflettere, pregare, discutere e, alla fine, decidere insieme. A differenza di casi precedenti, l’esito del sinodo è aperto: il papa ha esposto ed esporrà le sue preoccupazioni. Ma vuole che la risposta nasca da una sincera ricerca  comune. Una chiesa mondiale capace di vera fraternità e perciò in grado di non lasciarsi catturare dalle due opposte tentazioni della guerra tra fazioni e del centralismo romano. Come non cogliere  la portata “profetica” di tale prospettiva?

Sul piano dei contenuti, occorre lavorare per rispondere alla domanda: come riuscire a far risplendere il bene della famiglia davanti agli occhi disincantati e delusi — e proprio per questo spesso anche cinici — dell’uomo contemporaneo? E poi, di fronte alla constatazione che attorno a noi (ma prima di tutto dentro di noi) ci sono tante ferite, fallimenti, contraddizioni, come fare per evitare che la Chiesa si pensi come un (improbabile) gruppo di “puri”, immuni dai virus del tempo? Come trovare, cioè, un equilibrio tra l’esigenza di riaffermare la verità della famiglia e non perdere il contatto con la travagliata esperienza umana dei nostri giorni? Cedere alla tentazione di una contrapposizione tra conservatori e progressisti significa spezzare l’unitarietà di tale questione e, per ciò stesso, sfuggirla.

La via che può essere percorsa può ispirarsi alla tradizionale capacità della Chiesa di articolare la relazione tra verità e storicità. Se è vero che la famiglia cristiana si qualifica per i tre caratteri della indissolubilità, eterosessualità e intergenerazionalità, le sue concrete forme storiche sono state molto diverse e costantemente in evoluzione. Ciò significa che la risposta alla domanda che sta alla base della convocazione del sinodo sta prima di tutto nella disponibilità della Chiesa di interrogarsi su quello che essa può fare, come comunità, per  favorire la nascita di forme di vita famigliare più “centrate” rispetto alle condizioni della vita contemporanea. In ultima istanza, la famiglia oggi salta perché ha prima accettato di ridursi a nucleo isolato. In queste condizioni, sotto la spinta di una cultura individualista e di un’organizzazione sociale sempre più funzionalizzata, è lo stesso nucleo che, alla fine, ha cominciato a sgretolarsi.  

La famiglia ritroverà se stessa e la propria funzione sociale solo riguadagnando la sua originaria  vocazione che è di apertura e non di chiusura: alla vita, agli altri, al senso.

Ma per far questo, essa deve rompere l’isolamento in cui si ritrova e  che la indebolisce.

Dalla ridefinizione dei rapporti di genere e intergenerazionali alle forme dall’abitare; dai tempi di lavoro alle responsabilità educative, la famiglia del futuro non sarà identica a quella del passato. Per rilanciarsi, la famiglia non deve aver paura di cambiare e semmai attingere alla sua straordinaria adattabilità che nel corso della storia le ha permesso di assumere conformazioni diverse.

La comunità cristiana ha dunque il compito di essere la levatrice di nuovi modelli di vita famigliare. Per farla tornare a splendere. Nella convinzione che la famiglia — con i suoi tanti e fondamentali “buoni argomenti” — alla fine ce la farà a superare anche questa crisi. E che la famiglia “migliore” aspetta ancora di vedere la luce. 

Se farà questo, anche il rapporto con tutte le situazioni “problematiche” diventerà meno spinoso. Sarà chiaro infatti che la misericordia di cui parla Francesco non è un cedimento al secolo, ma la traduzione di quella novità evangelica che ha fatto grande il cristianesimo nella storia. Una comunità che è capace di custodire e rinnovare il proprio tesoro non ha paura nel farsi prossima a chi porta nella carne della propria vita i segni delle ferite prodotte da una umanità — quella della nostra contemporaneità — tanto presuntuosa quanto disorientata.

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