IL CASO/ Guardiamo in alto e diciamo basta alle lamentele

- Lucia Romeo

Tutti si lamentano di tutto. I genitori si lamentano degli insegnanti e dimenticano di fare i genitori, al lavoro ci si lamenta che niente funziona. LUCIA ROMEO dice basta

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Da qualche settimana c’è una parola che riecheggia, di sottofondo, nelle mie esperienze quotidiane e nelle discussioni con gli amici. E la parola è: “basta”. Si tratta di un sentimento di fastidio e di scarsa sopportazione nei confronti del modo con il quale vedo le persone affrontare temi come la scuola, i figli, il lavoro, i rapporti con le altre persone. Cominciamo dalla scuola. 

E’ sicuramente un settore dove questo Paese ha perso molto in efficienza e qualità, ma ci sono ancora tanti insegnanti che danno l’anima per i ragazzi e che, con i pochi mezzi che hanno a disposizione, riescono a trasmettere ai ragazzi passione, educazione, cultura, nozioni. Eppure se vi capita di andare alle famigerate riunioni di classe, è un continuo fiorire di genitori che spiegano come dovrebbe essere la didattica, come dovrebbero essere dati i voti, come la scuola si dovrebbe occupare di tutto. Spiegare ai bimbi come stare a tavola, come ci si comporta con gli adulti, quando dire per favore e grazie. Ovviamente non si parla di seguire i ragazzi a casa perché, visto che con il tempo prolungato stanno nelle aule fino alle 16.30, sono le maestre che devono sincerarsi che abbiano fatto tutto. 

Mi è capitato di vedere scritto in una mail di un padre: “Un genitore potrebbe avere tanta voglia di seguire il proprio figlio, ma ahimè deve lavorare e spesso torna anche tardi la sera e pertanto il poco tempo che ha da dedicare al figlio, vorrebbe utilizzarlo in modo differente dall’interrogarlo minuziosamente” oppure “Se un genitore per problemi vari di tempo e di lavoro non può seguire i figli, non deve sentirsi in obbligo di colmare le lacune della scuola e della maestra”. 

Ho sempre pensato che mettere al mondo dei figli sia in primo luogo una scelta e come tale un’assunzione di responsabilità. Che non può essere delegata ai nonni, agli zii, alla scuola, agli amici. Sono i genitori che insegnano l’educazione ai figli. La scuola supporta questa formazione. Non si sostituisce a mamma e papà. E’ comodo fare gli amici buoni dei figli, ma forse, fare i genitori, vuol dire altro. Lavoro anche io, come lavora mio marito. E tanto. Ma troviamo il tempo di giocare, di stare con loro e, se necessario, anche di farli studiare e interrogarli. E di sgridarli all’occorrenza. Perché questo serve a loro. Alla loro crescita. E’ faticoso per loro, talvolta, e lo è sicuramente per noi. Ma fa parte del ruolo. 

I miei genitori avevano meno mezzi di me, lavoravano altrettanto, talvolta facevano fatica ad arrivare alla fine del mese, ma non hanno mai pensato che qualcun altro facesse quello che dovevano fare loro. E allora basta con questi piagnistei, con queste lamentele. Pretendiamo che tutti facciano la loro parte a partire da noi e dai nostri figli. Ho sempre la sensazione che ci impegniamo troppo a smussare gli angoli della loro esistenza. Li proteggiamo. Gli facciamo evitare le delusioni. Se prendono un brutto voto è sempre colpa dell’insegnante che non li capisce. Se l’allenatore di calcio non li fa giocare, non sa valorizzarli. E così via. 

Ma non è così che li aiutiamo a diventare grandi. Non è così che imparano ad affrontare la vita. Quando poi entriamo nel mondo degli adulti, ecco comparire il secondo trend che mi fa dire: “basta”. Quella straordinaria abitudine che abbiamo noi italiani di parlare male degli altri. E di vedere sempre il lato negativo delle cose. Mi capita, per lavoro, di vivere in un mondo in cui incontro tante persone e ho occasione di passare parecchio tempo a discutere con gli altri e ad ascoltare le loro opinioni. Molte volte il discorso cade sugli assenti. O su quelli che sono appena entrati nel settore. Per criticarli, per stigmatizzare i comportamenti. Per far notare come in una certa occasione, avrebbe potuto far di più e meglio. Soprattutto nei riguardi dei presenti, s’intende. Rari, rarissimi i casi in cui ci sia qualcuno che dice: “Non male Tizia. E’arrivata da un mese, ma si vede che ha della stoffa”. Oppure: ” Caio ha presentato un progetto incredibile. Che talento!” 

Di fronte ad un lavoro ben fatto, poi, i complimenti si contano sulle dita di mezza mano. Le autocritiche, poi, del tutto assenti. E’ sempre colpa degli altri. Dovevano capire. Intuire. Ecco, io mi sono stufata anche di questo e penso che se vogliamo davvero ripensare questo Paese in chiave moderna, efficiente, dinamica e basata sulle ricchezze che ne costituiscono il patrimonio, dovremmo cominciare ad urlare “basta” ogni volta che ci troviamo in queste situazioni. Dovremmo smettere di tollerarle. Perché se non ci assumiamo la responsabilità piena dei nostri figli, non ne faremo dei cittadini migliori domani. Perché se non la pianteremo di “sputtanare” gli altri, invece di valorizzarli e apprezzarne le qualità, saremo sempre una nazione incapace di crescere. Perché continueremo ad avere i telegiornali pieni di delitti, violenze, furti, evasioni fiscali invece di ricercatori, eccellenze agroalimentari, scoperte scientifiche. In questi settimane, tutto il mondo ha seguito con attenzione la missione spaziale della sonda Rosetta.

 Tra i tanti primati, c’era quello del trapano italiano SD2 (ideato e progettato dal Politecnico di Milano e realizzato dalla Selex Es di Finmeccanica) che il 14 novembre ha cominciato a perforare un fossile del sistema solare. E poi abbiamo una donna straordinaria, Samantha Cristoforetti impegnata nella missione Futura. Vorrei che l’Italia fosse questo e non un Paese di bifolchi come ricordava giustamente Maurizio Crozza nella puntata di ieri del suo programma. Una nazione che sa varcare i confini. Basta piccolezze. Guardiamo in alto. 

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