IL CASO/ Franco, “torno in carcere per essere libero”

- Maurizio Vitali

Latitante da 30 anni in Colombia, decide di costituirsi perché i suoi figli abbiano un vero padre. E, facendo questo, si scopre libero. L’incredibile storia di Franco. MAURIZIO VITALI

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Carceri (Fonte Infophoto)

Quando cuore fa rima con rapinatore. Sull’asse Bogotà-Padova corre una storia straordinaria. Non di narcotraffico, che sarebbe oggi come oggi quanto di più ordinario, ma di umana dignità, e questo sì è straordinario: cioè eroico e quotidiano. Ecco: Franco, latitante da 30 anni in Colombia, decide di costituirsi perché i suoi figli non siano nessuno. E, facendo questo, si scopre libero. Sembra quasi una moderna parabola evangelica. La  storia è tutta vera, è va reso grazie all’emittente Antenna Tre Nord Est che ha mandato una troupe con la giornalista Nelly Pellin dietro le sbarre del carcere Due Palazzi — hanno superato 17 porte d’acciaio chiuse a chiave — per raccontarcela. 

Negli anni 80 Franco fa il rapinatore, ramo banche. Ha poco più di vent’anni e una buona fama nell’ambiente della malavita veneta. Ma lo beccano, e vien condannato a 13 anni. Lui non ci sta. Fugge in Colombia, e siccome nel paese dei narcos uno mica può mettersi a rapinare le banche senza permesso, si adatta a fare il lavapiatti. Pian piano Franco si rifà una vita, migliora il lavoro, sposa Gloria da cui ha tre figli. Una famiglia regolare, salvo che lui, il capo-famiglia… non esiste, perché non ha passaporto.

Ma proprio questa falla nel nuovo ordine ricostituito fa accadere il miracolo. Infatti il figlio più grande a un certo punto domanda: “Ma papà, perché io non ho il tuo cognome?”. Questa domanda, a Franco, gli ha cambiato la vita. “Che fare?”, è la domanda che gli ronza in testa e lo assilla. Bisogna che i ragazzi abbiano un passaporto italiano, perché con quello colombiano all’estero passi per prostituta o per narcotrafficante, e dunque che abbiano un padre vero, e italiano. E così ben presto, un dopopranzo lì sul divano di casa a sorbirsi un caffè (verosimilmente colombiano, è meno tostato: delizioso), ne viene energicamente ad una: “Qui c’è una cosa sola da fare: andare fino in fondo. No, non è una cosa bella, ma è una realtà che devo accettare: mi devo costituire. Costituirmi alle autorità italiane e andare in carcere, cioè  rientrare sotto il sistema giuridico per poter riconoscere i miei figli”. 

Franco lavora di buona lena, mette via i soldi per il biglietto, e racconta alla famiglia la verità sul suo passato che aveva sempre tenuta nascosta. Poi parte, destinazione l’incredulità degli agenti della polizia veneta di frontiera e il compatimento dei colleghi di carcere che lo prendono per pazzo: e che altro potrebbero pensare di uno che, trent’anni dopo averla fatta franca, a 56 anni suonati, decide di compiere il percorso dalla libertà al carcere che è esattamente il contrario del loro primo desiderio?

“Non ha proprio capito niente”, dicono. “No, sono loro che non hanno capito — replica Franco — perché io ora mi sento libero: dietro le sbarre, sì, ma con l’amore dei miei figli e di mia moglie”.

Morale numero uno. Quando cuore fa rima con rapinatore… Qui non parliamo del cuore sentimental-sdolcinato che faceva immancabilmente rima con amore nelle canzonette di Sanremo di una volta. Qui parliamo di cuore come centro, come radice dell’umano. Esigenza di bene, di verità, di giustizia, di bellezza. Quanto a rapinatore, è una delle possibili versioni dell’umano peccatore. Esagerando, ma neanche troppo, è quasi un sinonimo di uomo. Chiariamo anche la parola amore: non sentimento coccoloso e autoappagante, ma passione gratuita per il destino dell’altro. A questo punto cuore fa rima sì con la parola amore. Quello di Franco per il destino dei suoi figli.

Morale numero due. E’ bastata una domanda apparentemente banale, per innescare un processo di cambiamento radicale guidato dalle esigenze del cuore: “Ma papà perché non ho il tuo cognome?”. Franco non ha sottovalutato la domanda, se ne è lasciato colpire. Perché è la realtà stessa che quando meno te l’aspetti ti provoca ad andare fino in fondo.

Morale numero tre. Meno male che in tempo di apocalittica confusione sui generi e sui ruoli genitoriali, o non saprei neanche come definirli, c’è un buon rapinatore che è padre. Cosa sia il padre, l’ho sentito recentemente dire in maniera convincente da un americano figlio di figli dei fiori, transitato dalla comune hippies al sacerdozio e dalla new age alla missione, che si chiama Vincent e che guarda caso ha l’età di Franco. Ha detto che la mamma protegge e che il papà introduce nella realtà della vita, inevitabilmente comprensiva del dolore e della morte.  Ecco, Franco ha voluto per i suoi figli un passaporto per il destino.

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