DIFFAMAZIONE/ Frank Cimini: un decreto per metter fine ai processi sui giornali

- int. Frank Cimini

Dopo le feste natalizie potrebbe diventare legge il decreto sul reato di diffamazione, con le sue modifiche, e il mondo della stampa trema. Il commento di FRANK CIMINI

senatoaulaR439
Infophoto

Ogni tanto torna a galla: è il decreto legge sulla diffamazione a mezzo stampa (che in realtà include anche il web), spauracchio di tutto il mondo del giornalismo. Adesso però tale decreto pare sia finalmente in dirittura di arrivo, già approvato in Senato e pronto a diventare legge subito dopo le feste natalizie. Lo spauracchio diventa reale e chi più chi meno fa partire pesantissime accuse di tentativo di imbavagliare la libertà di stampa, oltretutto a opera di un governo a maggioranza di sinistra. Ma è davvero così? Il punto fondamentale del decreto è che sparisce il carcere per chi è giudicato colpevole di reato di diffamazione (ricordate il caso Sallusti?) e arrivano multe fino a 50mila euro a carico dell’editore, multe che oggi pochi giornali possono permettersi. Per Frank Cimini, intervistato dal sussidiario.net, c’è una responsabilità condivisa per questa situazione: “Politica, magistratura e giornali sono tutti colpevoli di aver creato una situazione anomala, dove le carte dei processi arrivano prima in redazione che in tribunale e dove politici e giornalisti si correggono gli articoli fra di loro. E’ necessaria una autoregolamentazione del giornalismo, per cui questo decreto che creerà grandi problemi è la conseguenza di un giornalismo selvaggio e senza regole”.

Siamo davanti davvero a un bavaglio alla libertà di stampa con questo decreto?

Siamo davanti senz’altro al fatto che con questo decreto molte notizie non verranno più pubblicate, ma a monte c’è un altro problema che non viene affrontato e sui cui i vertici della categoria dei giornalisti, il sindacato e l’ordine dei giornalisti non vogliono riflettere.

Quale? 

Mancano delle regole di auto comportamento della categoria perché, per dirne una, con il pubblicare le intercettazioni telefoniche o come nasce una indagine si finisce per fare il processo prima sui giornali che nelle aule di tribunale. Senza contare che molte di queste notizie si rivelano poi prive di riscontro ma il danno è stato fatto.

Però i giornali pubblicano quello che qualcuno gli ha passato…

Certo, molte procure fanno uscire carte che non sono neanche nella disponibilità della difesa. Pensiamo al caso Yara Gambirasio, a Massimo Bossetti gli hanno fatto il processo sui giornali, hanno deciso che è colpevole e il processo non si sa neanche quando comincerà. Chiaro che a un certo punto devi mettere un bavaglio, ma succede perché non esiste auto regolamentazione della categoria.

Dunque un male necessario?

Diciamo che queste cose escono perché le procure decidono di fare i processi attraverso i giornali. Basta vedere il processo in corso a Palermo su stato e mafia. Ancora ai tempi delle indagini sui giornali c’era già tutto. Così non va certamente bene.

Ma in caso di personaggi della politica? Chi criticherà più un politico potente sapendo di rischiare una denuncia per diffamazione?

Anche qui bisogna fare un ragionamento. Tutti i giorni i grandi quotidiani fanno gli spogliatoi di Montecitorio e Palazzo Madama, notizie trite e ritrite a cui vengono dedicate otto o nove pagine. Tutta roba che al lettore interessa meno di niente. Intanto giornalisti e politici si leggono l’articolo tra di loro mettendosi d’accordo. Sa a chi giova tutto questo? Al giornalista che fa carriera in questo modo. 

 

C’è chi si scandalizza che questo decreto venga fatto da un governo a maggioranza di sinistra.

Non dovrebbero scandalizzarsi visto che Renzi ha regalato 52 milioni di euro ai giornali, lo avesse fatto Berlusconi sarebbe stato denunciato per corruzione. E’ una situazione in cui la politica serve agli editori, serve ai giornalisti per fare carriera ma non interessa ai lettori. 

 

Nel decreto web e carta stampata vengono messi sullo stesso piano, al web poi verrà applicato il diritto d’oblio, la cancellazione per sempre di una certa notizia. E’ giusto secondo lei?

In alcuni casi sì. Pensiamo a quando Vittorio Feltri pubblicò tutti i nomi di pedofili che nel corso degli anni avevano subito dei processi. Questo è sbagliatissimo. In altri casi invece la memoria va preservata, penso ai giovani di oggi che non sanno neanche chi era Berlinguer. 

 

Chi fa più paura, stampa o web?

I giornali di carta se non si danno una regolata sui contenuti faranno fatica a sopravvivere. Il web fa paura perché si è allargata la possibilità di dibattito, gruppi, minoranze e singoli come facevano prima a comunicare il loro pensiero? Ma anche lì la cosa andrebbe regolamentata perché c’è di tutto anche se più idee circolano è meglio. Ricordiamoci comunque che anche sul web chi ha più soldi è più forte.

 

In conclusione un decreto che potrà aiutare il giornalismo ad auto regolamentarsi?

Il mondo non si cambia per decreti o con le sentenze si cambia con la cultura. Qua c’è una mentalità da cambiare quella dei giornalisti, Va avviata una riflessione critica perché ognuno ha le sue responsabilità: politica, giornali e magistrati.

 

(Paolo Vites)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori