LA STORIA/ “Ho staccato la spina al piccolo Miguel. Come Gesù, ora è qui con noi”

- Elvira Parravicini

“Sono le 6 di lunedì mattina, ricevo una telefonata dalla mia tirocinante in terapia intensiva neonatale”. La testimonianza di ELVIRA PARRAVICINI, Columbus University Medical Center, NY

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Immagine di archivio

NEW YORK — Sono le 6 di lunedì mattina, ricevo una telefonata dalla mia tirocinante in terapia intensiva neonatale. “Vieni subito, Miguel sta malissimo, abbiamo bisogno di te”.

Mi sono presa cura di Miguel dal giorno della sua nascita, sei mesi fa, quando nacque prematuro con dei problemi gastrointestinali e polmonari molto seri. Nel primo mese di vita aveva subito già due interventi chirurgici e, visto la complessità del caso, avevo deciso di essere la sua “primary physician” cioè di seguirlo in prima persona, anche quando non ero di servizio. Bambini come lui richiedono continuità di cure.

Mi sono molto affezionata a Miguel, un po’ perché lo curo da così tanto tempo e poi ancora di più da quando ha iniziato a sorridermi… Cosa abbastanza insolita in un reparto dove ci sono solo neonati prematuri. E non mi risparmia sorrisi quando lo vado a visitare.

La mamma parla solo spagnolo, ma ci intendiamo tra spagnolo, inglese e italiano, e lei mi dice spesso, “Io mi fido solo di te, se tu ci sei, Miguel sta bene”.

Nelle ultime tre settimane, dopo l’ultimo intervento chirurgico, Miguel aveva continuato a migliorare e stavamo già parlando con la mamma di pianificare la sua dimissione, magari tra qualche settimana, appena sarebbe riuscito a respirare senza tanto ossigeno.

Mentre guido di corsa verso l’ospedale prego che non sia nulla di irreparabile, ho promesso alla mamma che Miguel sarebbe andato a casa presto, per favore, prendiTi cura di lui, non portarlo via ora!

Arrivo di corsa in reparto, Miguel è pallido, immobile, non reagisce al mio arrivo e alla mia voce, non vedo il suo solito sorriso, il suo cuore batte appena appena, è tenuto in vita dalla macchina cuore-polmoni. Intorno a lui il mio collega di guardia quella notte, il chirurgo che l’aveva operato, la mia tirocinante, le infermiere, tutti scuotono la testa e mi guardano come scusandosi. Sanno quanto voglio bene a Miguel. Ma lo so che non è colpa loro, chiaramente la complicanza era imprevedibile.

La mamma è di fianco al lettino, vedo i suoi occhi pieni di lacrime, mi fissa con un’infinita tristezza e mi dice “Questa notte Miguel stava malissimo, ma tu non eri qui”… Una pugnalata! Non lo dice in modo cattivo, certamente è un’affermazione del fatto che lei si fida solo di me, ma io mi sento malissimo. Vedo che ha in mano il cellulare, nel display la foto di Gesù Bambino e sta pregando.

La mia valutazione medica mi conferma la certezza che Miguel non ce la farà, non reagisce neppure alla macchina cuore-polmoni.

Guardo la foto di Gesù Bambino sul cellulare che la mamma tiene in mano, e mi arrabbio con Lui perché, Gli dico, se io fossi in te, riporterei questo bimbo in vita! Non c’è ragione che Miguel muoia, e ci sono tutte le ragioni che lui viva, ma Gesù Bambino sembra non sentire…

Dico alla mamma che la macchina non sta aiutando Miguel e che è inutile andare avanti. Lei, sempre guardando il Bimbo Gesù del cellulare mi dice, piano, scandendo le parole, “Mi fido di te, se la macchina non aiuta Miguel, spegnila, io accetto la volontà di Dio”.

Fiat, come la Madonna; questa mamma ha detto “Fiat” alla nascita e “Fiat” alla morte di suo figlio.

Stacchiamo Miguel dalla macchina cuore-polmoni, il chirurgo lavora alacremente per chiudere bene la ferita, in modo che il suo corpicino sia intatto per l’ultimo abbraccio. Lavora in fretta per dare Miguel ancora caldo alla sua mamma. Lo laviamo e avvolgiamo in una copertina calda e morbida, lo sollevo — ma quanto pesa! Non me lo sarei immaginato, non l’avevo mai preso in braccio prima… E lo porgo alla mamma. Lei lo accoglie con un gran sorriso, è grata di poterlo stringere tra le braccia, senza tubi, flebo, ossigeno, la prima volta in sei mesi. Al suo fianco il papà che accarezza la testina del bimbo con tenerezza.

Improvvisamente capisco: io vedo Maria, Giuseppe e il bimbo.

È la stessa scena misteriosa di 2014 anni fa che si ripete di fronte a me, e succede per il “Fiat” di una giovane donna e per il sacrificio di un bimbo che ha accettato di nascere, di soffrire e di morire tanto presto. Mi viene in mente una canzone natalizia americana, What child is this?, che propone un’inquietante domanda e dice “Why lies He in such mean estate, where ox and ass are feeding? […] Nails, spears shall pierce Him through, the Cross be born for me, for you, hail the Word made flesh, the babe the Son of Mary”. Ma continua proponendo la misteriosa certezza del Natale, “The King of Kings salvation brings […] raise the song on high, […] joy for Christ is born, the babe, the Son of Mary”.

La mamma di Miguel abbraccia il suo bimbo con la certezza che la morte non ha l’ultima parola, perché 2014 anni fa mamma Maria e il suo bimbo Gesù hanno detto di sì e hanno cambiato per sempre il destino della storia.

Grazie, Gesù, per essere venuto e per continuare a stare con noi.

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