MALA ROMANA/ A 40 anni da Pietro Germi, la fiction “diventa” realtà

- Giuseppe Feyles

Qualche tratto della figura di Pietro Germi, scomparso il 5 dicembre di quarant’anni fa (1914-1974). Per molti versi l’autore e regista è stato rivelatore e profetico. GIUSEPPE FEYLES

pietrogermi_cinemaR439
Pietro Germi (1914-1974) (Immagine dal web)

E’ doveroso ricordare qualche tratto della figura di Pietro Germi, scomparso il 5 dicembre di quarant’anni fa (1914-1974). Regista ed autore scomodo, carattere difficile, si inimicò gli intellettuali di sinistra del dopoguerra perché la sua interpretazione del neorealismo (Il Ferroviere, 1956, L’uomo di paglia, 1958) metteva al centro l’uomo e il suo dramma prima dell’appartenenza ideologica o di classe. Con una punta di disprezzo lo si definì “socialdemocratico”. Ma Germi non si lasciava incasellare. Nel 1961, insieme con De Concini e Giannetti, scrisse la sceneggiatura di Divorzio all’italiana. Franco Cristaldi, il più coraggioso tra i produttori di allora, ne intuì la forza ed infatti, sia pur dopo un inizio difficile (la produzione promosse il film persino infilando volantini nei tergicristalli delle automobili), giunse un enorme successo di pubblico e l’Oscar per la sceneggiatura. 

Se è vero che il film iniziò la stagione della commedia all’italiana, non fu una svolta di disimpegno. Niente a che vedere con le commedie d’oggi. Anzi, Divorzio all’italiana ed il suo seguito, Sedotta e abbandonata (1964), ebbero grande importanza sociale e culturale. L’assunto paradossale del film, in fondo, era: se è vero che in Italia non si può divorziare, si può però ammazzare la moglie. La legge Fortuna sul divorzio arriverà solo nel 1970. Ma il film segnalò la forza crescente di un’élite culturale che considerava il superamento dei valori della tradizione come condizione indispensabile del progresso civile ed economico della società. Per un sillogismo falso, che parte della stessa Chiesa, eccezion fatta per ciò che nasceva attorno a don Giussani,  non fece nulla per smentire, quella élite era convinta dell’equivalenza di tradizione gretta e cattolicesimo. Germi non appartenne a quella minoranza illuminata, ma combatté il formalismo e l’ipocrisia. Dopo Divorzio e Sedotta il terzo film della trilogia virtuale, Signore & Signori (1965; Cristaldi lo voleva produrre, ma per una serie di circostanze non riuscì) contiene un attacco durissimo alla falsità della provincia veneta e bigotta. Il mondo arcaico siciliano e quello piccolo borghese del boom economico sono per lui analogamente falsi. 

La forza di impatto culturale di questi film va valutata non solo tenendo conto dell’attualità e importanza dei temi che sollevano, ma anche della capacità di rappresentarli in modo accattivante. Nelle interviste d’epoca si rileva ad esempio che Divorzio, ispirandosi ad un romanzo drammatico di Arpino, per altro ambientato in Campania e non in Sicilia, avrebbe dovuto ricalcarne la seriosità. Ma la genialità di autori e produttori fu di trasformarlo in una commedia grottesca e con ciò assicurarne il successo. Ciò ha qualcosa da dire sulla incapacità dei cattolici di essere altrettanto incisivi.

Lo scorso settembre il quotidiano Avvenire ha risollevato il tema dei rapporti tra Germi e il cattolicesimo. Esistono lettere che testimoniano una bella amicizia con don Zeno, il fondatore di Nomadelfia. Germi era attratto dall’opera di carità di don Zeno, dalla sua dedizione ai poveri e agli ultimi. Ammirava San Francesco. Si prestò ad interpretare come attore il padre del futuro Giovanni XXIII nel film di Olmi E venne un uomo (per inciso, fu attore protagonista anche ne Il ferroviere, ma si fece doppiare dalla voce italiana di James Stewart). E, secondo il critico Marco Vanelli, scrisse anche una Vita di Gesù vista con gli occhi di Giuda. Arduo comunque pronunciarsi su un tema così personale. 

Infine un’ultima considerazione legata all’oggi. Il cinema di Germi è stato sempre debitore alla pura realtà. Anche oggi la fiction si ispira sempre più all’attualità, specialmente se di cronaca nera. Al di là di un impossibile paragone col neorealismo, notiamo un fenomeno nuovo, inquietante. Si considerino ad esempio i malavitosi romani, come appaiono dalle recenti intercettazioni ambientali: parlano e si comportano come gli attori di Gomorra o di Romanzo Criminale. Se la fiction si ispira alla realtà, talvolta, si ha la sensazione la realtà inizi a modellarsi sulla fiction. Può essere molto pericoloso e fuorviare la vera comprensione dei fatti (si veda a proposito anche l’articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio di ieri). Cose che il cinema sincero di Germi certo non conosceva.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori