ABORTO/ Perché per la Cgil un figlio vale meno del lavoro di una donna?

- Maddalena Bertolini

La Regione Basilicata vuol dare alle donne che rinunciano ad abortire 250 euro al mese per 18 mensilità. L’ostilità della Cgil nazionale. Il commento di MADDALENA BERTOLINI

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Immagine di archivio

In questi giorni tra i primi atti in discussione al Consiglio regionale della Basilicata c’è la discussione di una proposta di legge che offre alle donne che rinunciano ad abortire 250 euro al mese per 18 mensilità; essa parte dalla premessa di una definizione dell’aborto come “causa di calo demografico” e “prima causa di morte in Europa”.

Non pare vero, finalmente una proposta che guarda in faccia la realtà e si accorge della terribile ipocrisia che pervade la nostra società: la denuncia della totale mancanza di attenzione a una categoria sociale fragile e “di genere femminile” che comprende non solo le “ragazze madri” ormai, ma anche molte donne madri di famiglia che si trovano a considerare quello che potrebbe essere considerato una “novità imprevista” come il tracollo economico dell’intera famiglia… Non uso a caso le parole “genere femminile” perché pare che questa proposta non vada giù proprio alla responsabile Politiche di genere della Cgil nazionale, Loredana Taddei, che si esprime con tali testuali parole: “Una proposta vergognosa, l’ennesimo attacco mascherato alla legge 194”. 

Ribadisce ancora Taddei: “In realtà è l’ennesimo attacco mascherato all’applicazione della legge 194, sull’interruzione volontaria di gravidanza, già abbondantemente svuotata dall’obiezione di coscienza di circa il 90% dei ginecologi italiani. Quello contenuto nella proposta presentata da Aurelio Pace (Gruppo Misto) e Luigi Bradascio (Pp), ma subito sottoscritta da un nutrito gruppo di consiglieri appartenenti a vari gruppi: Pd, Udc, M5S, Forza Italia e Fratelli d’Italia, è un attacco trasversale ai diritti e alla libertà delle donne”.

La legge, inoltre, prosegue la dirigente della Cgil, “si propone di tutelare le donne che rinunciano ad abortire, affidando il loro destino ai Centri per la vita, che dovranno studiare un ‘progetto di aiuto personalizzato’. Non si è sentita invece la necessità di un fondo per la vita per le centinaia di donne lucane, costrette ad abbandonare il lavoro, dopo la nascita del primo figlio, per mancanza di servizi. Il Consiglio regionale della Basilicata non si è posto il problema di dare un sostegno alle tante famiglie indigenti che non riescono a dar da mangiare ai propri figli. Del supporto alle donne in difficoltà, del Welfare sempre più carente, del sostegno reale alle famiglie e ai bambini dovrebbero farsi carico le istituzioni, non i centri religiosi. Dov’è lo Stato?”, conclude Taddei.

Ho voluto riportare gran parte del discorso della responsabile, perché in effetti è molto interessante, lo ritengo un esempio del modo di ragionare di certi nostri esponenti politici. 

La Taddei è una responsabile delle politiche di genere, lo ribadisco: perché questo accanimento su una proposta che va ad aiutare una categoria esclusivamente femminile e totalmente trascurata dai servizi statali? Verissimo che anche tante altre madri sono bisognose, ma intanto cominciamo a fare un piccolo passo, magari gli altri seguiranno.

Viene un sospetto, proprio dal tono delle sue parole; lei forse pensa che preferiscano   abortire?

Davvero se una donna sceglie di abortire (scelta drammatica e difficilissima) per ragioni cogenti e irrinunciabili, le bastano 250 euro al mese per rinunciare? 

E quanto costa un aborto allo Stato (visite mediche, psicologiche, ricovero, intervento, farmaci, controlli post e magari ancora psicologi per superare il trauma)?

A quanto mi risulta la legge 194 è stata approvata per dare la possibilità a una donna (e solo a lei, il padre o marito non può opporsi) di abortire una gravidanza indesiderata in condizioni di sicurezza. È un diritto che lo Stato riconosce, ma viene ribadita all’interno della legge stessa la necessità di offrire alla persona un sostegno nella scelta (la visita con lo psicologo per esempio) riconoscendo la drammaticità del fatto. Non è una appendicectomia, insomma, che si deve fare per salvarle la pelle. O per una questione precipuamente di salute fisica, se non in pochissimi, gravissimi casi, anche questi spesso risolti in modo strano, con madri che rifiutano la chemioterapia per salvare il figlio nel grembo.

Abortire non si “deve”, si può. 

È una scelta, difficile, che mette a rischio la salute della donna, a cui si “deve” poter rinunciare se cambiano le condizioni. Anche questo è un diritto, equivalente.

Fa tanto scalpore quando il diritto all’aborto non è rispettato integralmente, vedi appunto quando mancano ginecologi non obiettori (so di pressioni fortissime fatte ai nuovi assunti per tale scelta), c’è una legge da rispettare.

Signora Taddei, Lei ha perfettamente ragione in questo. In molte cose che dice, in effetti, ha ragione. Sono d’accordo con Lei quando lamenta la mancanza dello Stato, come pure nelle affermazioni che riguardano le famiglie in difficoltà, gli indigenti, e anche nel fatto che non se ne dovrebbero far carico solo i centri religiosi. Perfettamente d’accordo.

Facciamo subito un Centro Aiuto alla Vita statale; sono d’accordissimo. Quello religioso continuerà a esserci, indipendente, come lo è fino ad ora, certamente. 

Diamo il sostegno non solo a chi sceglie di non abortire, ma a tutte le donne che scelgono di avere un bambino, quelle sotto un certo reddito, certo. A tutte.

Non solo alle pentite dell’aborto!

Salviamo tutte le madri, salviamo tutti i bambini: se il passo proposto dal Consiglio regionale lucano è stretto, troppo stretto, perfetto: allunghiamolo!

Ci sono Stati europei che hanno sconfitto la crescita zero proprio con sussidi specifici alle famiglie numerose, alle madri sole che studiano, quelle che lavorano e sono senza compagno: la Francia per esempio. 

Ecco, Lei denuncia a suo modo cose vere; ma non ragioniamo come i bambini invidiosi: siccome io non ce l’ho allora neanche lui deve averlo…

L’aiuto è diventato necessario: a tanti, a tutti. Allora non togliamolo a una categoria perché le altre non possono averlo. Facciamo in modo di condividerlo.

Questa è davvero la politica, l’arte di fare il bene del popolo.

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