RICETTE/ La ribollita, simbolo di enogastronomia “politica”

- Paolo Massobrio

Mentre in Toscana si mangiava la ribollita, il sindaco di Firenze stava per diventare premier. PAOLO MASSOBRIO ci ricorda la ricetta, nella speranza che anche il governo non si “raffreddi”

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Matteo Renzi (Infophoto)

Coincidenze astrali: mentre in Toscana, tra Firenze e Siena si svolgevano le degustazioni in anteprima della annate di Vino Nobile di Montepulciano, Brunello di Montalcino e Chianti, il sindaco di Firenze stava per diventare premier. E intanto si mangiava la ribollita, che è il piatto povero della gente di queste terre, nato per recuperare gli avanzi degli orti e di quanto c’era in casa. Il giorno dopo, a Brescia, c’era attesa per la prima puntata di Expo tour nelle città lombarde. Ma, dalla sera alla mattina è mancato un relatore: Maurizio Martina, già sottosegretario all’Expo, è stato nominato ministro per le Politiche Agricole. Un segnale abbastanza chiaro, insomma, che l’Expo è strategico anche per il governo entrante, il cui premier ha cercato in tutti i modi di non farlo passare per il piatto tipico della stagione: la ribollita, appunto.

Ora, al di là dei simboli di enogastronomia politica, la ribollita, come altri piatti, è il segno di una mentalità che aveva rispetto di ogni tipo di cibo. Conviene a questo punto ricordarne la ricetta: con tre cucchiai d’olio soffriggete un trito di aglio e cipolla e rigatino; aggiungete i fagioli e coprite con 2 litri di acqua, cuocendo a fuoco dolce per due ore. Tritate un’altra mezza cipolla e fatela appassire in un tegame. Unite carote, sedano, porro e patata (a pezzetti) e coprite con l’acqua di cottura dei fagioli. Passate due terzi dei fagioli cotti e uniteli alle verdure insieme ai fagioli lasciati interi. Tagliate il cavolo nero a striscioline, aggiungetelo alla minestra e proseguite la cottura per un’ora regolando di sale e pepe. Spegnete e lasciate raffreddare. Portate nuovamente a ebollizione la zuppa (di qui il nome «ribollita») poi versatela in una zuppiera sopra le fette di pane. Servite la zuppa con un filo di olio.

Tutto a posto? Macchè, fra le tendenze di questa epoca, s’è appreso dai media, ora c’è l’abolizione della tovaglia, che a me sembra una regressione come quella un po’ modaiola di mangiare il cibo crudo. E qui m’è venuto in mente Gaber: “Ma la tovaglia è di destra o di sinistra?”. Da un sondaggio su twitter è uscito che la tovaglia è bianca e quindi è di centro, mentre la tovaglietta sarebbe di sinistra, a patto d’essere di carta riciclata. Però è anche vero che la tovaglia unisce, mentre la tovaglietta divide. E quale partito al giorno d’oggi è in grado di attovagliarsi?

Al centro ci sono tante tovagliette, ma anche fra i Cinque stelle sta scomparendo il senso dell’unità per una tovaglia sempre più stretta che adesso si cerca di tirate più a sinistra che a destra. A sinistra, del resto, già lo abbiamo detto, ci sono tovagliette per partito preso, mentre la tovaglia azzurra ha i buchi e quella verde, dopo il lavaggio, si sta restringendo. Hanno allora ragione i cuochi moderni: via la tovaglia, viva la tovaglietta? E se fosse solo una moda? E se la tovaglia tornasse, magari per la necessità di raccogliere le briciole di una politica che non riesce a far sintesi? Qualcuno dice che Renzi, nella fretta di sparecchiare, stia perdendo dei tovaglioli, ma si sussurra che le sue donne stiano tessendo un nuova tovaglia. Sarà! Diamogli tempo, anche Penelope si prendeva il suo tempo. Alla fine, se scattano nuove larghe intese riavremo ancora una bella tovaglia? Bianca, c’è da scommetterci, con tovaglioli un po’ rosa e un po’ azzurri. Per maschi e femmine (che avete pensato?).

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