BAMBINE UCCISE A LECCO/ Cosa c’entra Papa Francesco coi sociologi fai-da-te?

- Salvatore Abbruzzese

La tragedia di Lecco ha fatto interrogare tanti commentatori e sociologi. Ma chi ha avuto la posizione umana più giusta nello stare davanti a questo dramma? Ne parla SALVATORE ABBRUZZESE

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Le bambine di Lecco (Immagine d'archivio)

Il recente fatto di Lecco è una ferita per tutti noi e non si può prescindere da questo dolore. Una donna di 37 anni, lasciata dal suo compagno in modo oramai definitivo – si era infatti assentato per tornare nel suo paese di origine a presentare all’anziana madre la sua nuova compagna – si dispera e uccide le sue tre figlie (4, 10 e 13 anni) poi, invano, tenta di togliersi la vita. Le cronache ci dicono che Edlia – questo il nome di questa giovane donna albanese – al contrario della Medea di Euripide, dichiara di non avere ucciso per vendetta, ma dopo un’analisi della realtà alla quale lei e le sue figlie andavano incontro: una vita di stenti e di potenziale prostituzione. È la cronaca di un lucido delirio: dove Edlia ritiene che dal futuro non possa venire nessun bene, nessuna risurrezione. Il mondo interamente spiegato dalle amorfe connessioni causa/effetto non potrà lasciare alle sue tre figlie nessun’altra strada. Ma è anche la cronaca di una solitudine profonda e illimitata, nella quale sono mancate le relazioni significative, quei legami che Edlia Dobrushi non è riuscita ad edificare, né a riconoscere e che Bashkim Dobrushi, il suo compagno, non è riuscito a costruire, né a difendere. 

Tutto sembra essere spaventosamente chiaro in questa folle sociologia “fai da te”. Su La Stampa di Lunedì 10 Marzo, Elena Loewenthal, parlerà di “vite deboli dei genitori”. Per lei “la possibilità di abbandonare il proprio tetto e chi ci dorme sotto non dovrebbe mai prescindere dalla consapevolezza che ogni scelta comporta delle conseguenze ed esige un minimo di lungimiranza.” Manca quindi il senso di responsabilità: è vero, ma non possiamo non alzare lo sguardo e cercare risposte più in alto.

Il cardinale Angelo Scola chiederà di raccogliersi in preghiera: “affinché ci aiuti a portare il nostro smarrimento e la nostra impotenza non priva di responsabilità”. Sono parole che vanno lette da vicino: la “preghiera”, come primo e disperato grido di aiuto a Dio, unica risposta umanamente all’altezza di un tale male. Lo “smarrimento”, come riconoscimento della nostra impossibilità a penetrare il buio della mente di una madre che uccide le sue bambine. Infine l’“impotenza” come riconoscimento della dappochezza dei nostri saperi. Un’impotenza che non ci lascia tranquilli, perché non ci esime dalle nostre “responsabilità”, che ci sono.

Siamo colpevoli di avere alimentato una cultura della leggerezza assieme all’immagine di un mondo determinato dalle mille opportunità, sempre alla nostra portata. Dove è possibile abbattere e ricostruire, lasciare e andare altrove; dove anche la possibilità di azzerare tutto appare proponibile; proprio come ha fatto Edlia nel suo triste “finale di partita”, ponendo mano all’ultima distruzione concepibile, quella del bello e del buono che c’era: le sue tre bambine. 

La cultura della leggerezza e delle costanti riparametrazioni, la cultura dell’irresponsabilità coincidente con la certezza delle nuove occasioni, non vede il male che compie. Questo non è che un “danno collaterale”, una dolorosa necessità per evitare guai peggiori. Le ferite non si vedono fino a quando non sono esplicite, fino a quando non diventano mortali.

L’immagine della Chiesa “ospedale da campo” è allora terribilmente profetica. In un mondo che finge che il dolore non esista ed il male sia solo una momentanea e dolorosa necessità, la voce di Papa Francesco, pastore e padre, ci richiama alla realtà profonda del custodire, dell’avere a cuore, del tenere caro, come il primo dei doveri di ogni uomo e di ogni donna. Custodi del bene, del buono, del bello: responsabili di tutto, comprese le ferite non curate. Solo la Chiesa può farlo, solo un’agenzia istituzionalmente convinta della resurrezione di un Dio, e quindi di noi tutti (perché Cristo è primizia di tutti coloro che sono morti) può aiutarci a riconoscere il bene come valore finale, ad amarlo e proteggerlo contro ogni male, del quale noi per primi possiamo essere capaci.

Ma Papa Francesco ci ricorda anche come ogni separazione sia in realtà un dolore, una ferita, un danno. Contro la cultura che minimizza, che non vede, che allarga i “possibili” e le “occasioni” da cogliere, Papa Francesco ci ricorda i danni fatti, quelli che la nostra euforica e gaia irresponsabilità ci fa compiere ogni giorno. Ed è proprio in questa luce che questo Pontefice va compreso. Chi si separa vive un dolore profondo, sconfortante. Solo chi sa percepire questo dolore, questo smarrimento ed ha in mano un annuncio di salvezza, può stare accanto a chi vive una tale crisi: solo una tale Chiesa può fare compagnia al mondo. A questo mondo povero che ignora la Pasqua.

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