SPILLO/ Sostituire i figli con un cane, l’ultimo “capolavoro” della mentalità borghese

- Federico Pichetto

Negli ultimi anni si è sempre più andata diffondendo una sensibilità particolare nei confronti degli animali domestici. Ma cosa c’è sotto a questo fenomeno? FEDERICO PICHETTO

cane
Infophoto

Negli ultimi anni nel nostro paese il fronte “pro animalibus” è andato rafforzandosi: i programmi delle televisioni commerciali, le serie tv made in Italy e gli stessi spot pubblicitari hanno incrementato notevolmente la sensibilità collettiva nei confronti del mondo degli animali domestici. Alcune formazioni politiche in difficoltà hanno addirittura individuato nella “causa animalista” uno dei possibili ambiti dove intercettare nuovi consensi.

Ex ministri e personaggi del mondo dello spettacolo si lanciano sovente in campagne di difesa di quella o di questa specie fino a denunciare “l’orrenda strage di agnelli” durante il periodo pasquale. Una nota testata nazionale ha perfino postato nei giorni scorsi un video dove alcuni cani “pregano” prima di mangiare e zelantemente sparecchiano le loro ciotole al termine del pasto.

Il cane e il gatto, infine, paiono essere diventati uno status symbol dei trenta-quarantenni single a “caccia” di compagnia o di un’anima gemella: portare a passeggio il cane con la tuta da ginnastica e il cappellino – magari armati di ipod per ascoltare la musica – sta diventando uno dei principali “vezzi” della borghesia delle grandi e piccole città della penisola e non sono poche le coppie che, volendo “avere un figlio”, decidono prima di prendere un cane per allenarsi. Che cosa c’è dietro a questo fenomeno? Perché chi non ha grande simpatia per il mondo animale viene additato come un mostro, privo di sensibilità e di umanità?

Il cane, come il gatto o come qualunque animale domestico, è nettamente meno rischioso di un marito o di una moglie perché mira – molto semplicemente – alla soddisfazione degli istinti primari ed entra facilmente in empatia col proprio padrone. Gli animali eliminano all’uomo la fatica della “diversità”, il confrontarsi – come diceva il buon Hegel – con un appetito simile a quello dell’uomo. Gli animali hanno desideri diversi dall’uomo, desideri che noi possiamo facilmente appagare e soddisfare, desideri che ci restituiscono gratificazione e consistenza affettiva.

Infatti la cosa più difficile per ogni uomo è “essere solo”, stare in contatto con la propria solitudine, che non è appena l’assenza di compagnia, ma è l’estrema consapevolezza che dinnanzi alla realtà – ultimamente – ci sono solo e semplicemente “io”. L’esempio dei “cani che pregano” è forse quello più emblematico: ci vogliamo illudere che gli animali possano vivere le stesse esperienze dell’uomo – perfino quella religiosa – per sostituirli risolutamente ai nostri simili, a quelli che quotidianamente incontriamo sull’autobus o sul posto di lavoro.

Il cagnolino sì che ci dà soddisfazione: esso è capace di starci accanto, di riconoscere tutto quello che noi facciamo per lui e – quindi – di evitarci la domanda più vera dell’esistenza: quella sul perché delle nostre azioni e del nostro stesso agire, quella che chiama in causa la capacità di fare non per un riconoscimento, ma per una pienezza, non per un dovere, ma per una gratuità. I nostri fratelli uomini ci restituiscono alla vita arrabbiati, stupiti, delusi, commossi, mai sazi e inquieti. Gli animali, invece, ci danno tranquillità, sicurezza, senso di noi stessi. Fin da quando sono piccolo io amo gli animali, soprattutto i cani. Eppure questo mio amore mi ha sempre interrogato su che cosa io chieda a chi mi sta accanto quotidianamente: spesso, e lo dico con un po’ di vergogna, io chiedo ai miei amici di “stare a cuccia”, di “darmi la zampa”, di “consolarmi strusciandosi tra le mie gambe”.

Ho sempre avvertito i miei cagnolini come affidabili, intelligenti, comprensivi e non ho mai pensato di loro le cose orribili che spesso penso dei miei simili. Proprio questo, e proprio il fatto che sono le persone semplici a percepire con più forza tutto il “potere dei cani”, mi ha fatto capire nel tempo che io per crescere e per amare ho bisogno soprattutto di un altro Io. Un Io che risvegli in me tutto il disagio di essere uomo e tutta la domanda di verità, di giustizia, di bellezza e di felicità che attraversa ogni mio istante e che – proprio perché drammatica – mi spinge a chiedere, mi “costringe” a pregare.

Un cane può imparare a stare zitto e a fare tutto quello che gli insegno, ma non potrà mai sentire l’urgenza che ho io nel cuore di afferrare la vita e di guardarla in faccia. Voler bene agli animali è certamente segno di un grande cuore. Chiedere loro di diventare i compagni del nostro viaggio è, invece, un modo molto astuto per evitare di viaggiare davvero. E di sbattere il “nostro musetto” verso tutto l’abisso che porta con sé ogni uomo che si imbatte con la nostra povera vita.

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