EUTANASIA/ Anne, un viaggio nel “buco nero” della solitudine

- La Redazione

A Londra un nuovo caso di suicidio assistito: Anne non era malata, ma si sentiva un peso per la società ed era sola. E la società l’ha aiutata a morire. LAURA GOTTI TEDESCHI

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Qualche giorno fa Papa Francesco in risposta ad un gruppo di ragazzi belgi che gli chiedevano quale fosse il vero problema nel mondo contemporaneo ha risposto: che non si fanno più figli e gli anziani vengono abbandonati e spesso muoiono per una eutanasia camuffata. Nella sua risposta solo in una cosa si è sbagliato il Papa: questa eutanasia non è camuffata, ma è esplicita.

E’ di ieri la notizia che una donna inglese di 89 anni è andata a morire nella famosa clinica in Svizzera chiamata – ironia della s(m)orte? – “Dignitas”. Sorvolando sul fatto che normalmente nelle cliniche ci si dovrebbe recare per essere curati e non viceversa, è interessante cercare di capire cosa può aver portato una persona a commettere un così tragico atto.

Non si può leggere nel cuore umano, quindi è un azzardo rischioso e ingiusto interpretare un gesto così disperato. Ma sono talmente in aumento i casi di suicidio “assistito” – perché se fatto dentro una struttura ospedaliera fa meno effetto – che almeno un tentativo di comprensione generale è importante farlo. Perché voler morire, e soprattutto perché farlo andando in una clinica che ti “assiste” mentre prendi una dose letale di barbiturici, come è accaduto ad Anne, l’anziana insegnante britannica di arte?

Nel caso specifico, Anne non aveva alcuna malattia grave, la sua salute era solo in peggioramento come per ogni persona di quell’età. Viveva apparentemente serena nella sua casetta nel Sussex in cui si prendeva cura amorevolmente dei suoi uccellini. Convinta ambientalista, senza marito e senza figli, giorni prima di morire aveva rilasciato un’intervista al The Sunday Times confidando la sua enorme preoccupazione per come stava andando il mondo: tutti di fretta, la gente ormai trasformata in “robot”, una tecnologia sempre più veloce a cui lei proprio non riusciva a stare dietro.

Così, ad un certo punto, Anne si è sentita messa di fronte ad una scelta: o mi adatto a questo mondo o me ne devo andare. Non avrebbe mai sopportato l’idea di finire in un ospizio, perdendo la sua indipendenza, non vedeva un futuro allettante di fronte a sé e, così, ha deciso di farla finita. Chi l’ha aiutata a prendere la decisione ha detto che era mentalmente lucida e ha coscientemente deciso che questo mondo non le piaceva più, quindi è stata giusta e rispettabile la sua decisione di morire.

Il caso di Anne non è un caso isolato. Ci sono molti esempi di persone che hanno deciso di morire prima che la natura facesse il suo corso. Normalmente questi atti vengono compiuti in quel momento di disperazione che nessuna parola può descrivere, che il solo pensarla ti fa venire voglia di riscoprire la grande bellezza della vita, di alzare il telefono e chiamare l’amica con cui hai litigato per chiederle scusa, di andare a trovare la vicina ammalata, o tua madre che non vedi da tempo. 

Perché nessuno si augura di trovarsi in una situazione di disperazione tale anche soltanto da immaginare di mettere la parola “fine” alla propria vita, e immediatamente sente il bisogno di attaccarsi alle persone che ama, di tenerle strette, perché la solitudine è il buco nero che passiamo la vita ad evitare, sapendo che è quello che ti ucciderà.

Anne era una donna sola. Abbandonata. Nessuno si prendeva cura di lei, e lei non si prendeva cura di nessuno, se non degli uccellini che si posavano nel suo giardino del Sussex. Ma poi anche loro volavano via, e la lasciavano sola. Il Papa ha detto che il problema del nostro tempo è che la società sta diventando così individualista che spinge via le persone che non possono permettersi di essere individualiste perché hanno bisogno di aiuto, gli anziani e i malati. Una società che di fronte al chiaro grido di aiuto di Anne “Vorrei morire”, ti risponde “Ti aiuto a farlo” anziché domandarsi dove ha fallito, è una società disumana.

Una società “darwinista” in cui sopravvie il più forte e il debole abbandonato soccombe, è una società fallita. Una società che di fronte alle grida di disperazione alza il volume per non sentire, è una società morta. Una società che ha perso il senso della vita, che non riconosce la bellezza della vita dall’inizio fino all’ultimo respiro, che non ne vede il valore anche nella vecchiaia, e non ne preserva e ne esalta la ricchezza, è una società che è destinata a disintegrarsi. Una società in cui i bambini non vengono fatti nascere, in cui gli anziani vengono lasciati morire (un signore di 90 anni sul Times ha scritto “mi sento un peso per la società”) segna l’inizio della fine dell’umanità.

Forse è arrivato il momento che questi casi di persone che si suicidano o che scelgono di morire “assistite” in cliniche che di “dignitas” hanno molto poco, ci facciano riflettere sulla direzione che stiamo prendendo e su che cosa riteniamo che abbia valore nella nostra vita: siamo persone o siamo robot?

(Laura Gotti Tedeschi)

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