IL CASO/ Qiwen Ke, come essere cinesi e antiabortisti a Londra

- Laura Gotti Tedeschi, int. Qiwen Ke

“Una vita che comincia non può mai essere un errore”. È questo il messaggio che una artista cinese ha voluto esprimere attraverso una sua opera d’arte esposta a Londra. LAURA GOTTI TEDESCHI

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L'opera di Qiwen Ke

“Una vita che comincia non può mai essere un errore”. È questo il messaggio che una giovanissima ragazza cinese ha voluto esprimere attraverso una sua opera d’arte esposta a Londra. Può l’arte contemporanea, spesso utilizzata come mezzo di provocazione, creare consapevolezza nelle persone sul rispetto dovuto alla vita nel grembo materno? Questa è la sfida che Qiwen Ke, una studentessa d’arte cinese di soli 23 anni ha voluto lanciare.

Hazel – questo il suo nome occidentalizzato – definisce se stessa una “pro-life” ma quando le viene chiesto se quindi è anche cattolica (mea culpa), lei, alzando le sopracciglia e con aria stupita, risponde: “Se sono cosa?”. Hazel ammette di non sapere cosa sia il cattolicesimo, ma di sapere che la vita è sempre “un miracolo bellissimo” mentre l’aborto “un atto profondamente sbagliato e terribile”. Detto da una ragazza non cattolica che proviene da un paese dove negli ultimi quarant’anni, grazie alla legge sul figlio unico, non sono stati fatti nascere quasi 400 milioni di bambini, fa un certo effetto. Un bell’effetto.

Hazel, così carina e così alla moda che si fa fatica ad associarla all’immagine stereotipica della classica pro-life, mi si passi e perdoni il termine, sciattina, ha ricevuto una laurea dalla prestigiosa St Martins College of Art di Londra in “Immaginazione applicata all’industria creativa” e ora lavora come art designer al magazine anglo-cinese Art.Zip. La sua tesi di laurea consisteva nella produzione di un’opera d’arte che sarebbe rimasta esposta al pubblico per una settimana. Hazel ha deciso di produrre qualcosa sul valore della vita nel grembo materno, qualcosa di provocatorio che smuovesse un po’ le coscienze, “anche solo una”, dice. Così ha interpretato la vita prima della nascita attraverso un modellino di feto umano racchiuso in un cubo di ghiaccio (il grembo) avvolto in modelli di mani femminili che, scaldandolo (amore materno), fanno sciogliere il ghiaccio fino a liberare il bambino (la nascita).

Ma come nasce questa idea in una ragazza che viene da un paese non esattamente sempre consapevole del valore dell’essere umano? Hazel racconta di aver voluto proprio reagire a questa situazione che vedeva nel suo paese. Nata a Hangzhou, una piccola città di soli 8 milioni di abitanti vicina a Shanghai, Hazel, guarda caso, è figlia unica di una coppia che le ha permesso di andare fino a Londra a studiare. “Mi sento privilegiata per questo”, dice in modo imbarazzato, “non penso che avrei mai potuto lanciare un messaggio di questo tipo nel mio paese”.

La sua opera d’arte, racconta, “vuole rappresentare anche la freddezza e l’indifferenza con cui la nostra società vede la vita prima della nascita”. Si dice fiduciosa che la sua opera abbia un effetto sulle persone, perché, spiega, “è meglio mostrare la bellezza del miracolo della vita piuttosto che mostrare il dramma dell’aborto, come molti pro-life fanno”.

Come darle torto? Ma la spinta vera le è giunta quando un caro amico le confessò di essere diventato padre “per sbaglio”. “In quel momento”, racconta, “mi si è accesa una luce dentro e ho pensato d’istinto che una vita che comincia non può mai essere uno sbaglio”.

Così, attraverso i suoi mezzi, creatività e immaginazione, ne è venuta fuori una installazione artistica sorprendente: non solo l’opera di ghiaccio, ma anche un percorso sensoriale chiamato “auto-percezione” in cui Hazel invita – per esempio attraverso l’ascolto del battito del cuore di un feto di tre settimane – a cercare di ricordare la nostra vita prima della nascita, “Perché la nostra vita è iniziata prima che nascessimo”, dice. Hazel è convinta che bisogna rendere le persone consapevoli e farle uscire dall’indifferenza, dalla freddezza: “Quello che ho voluto dire attraverso la mia opera è che tutti siamo evoluzioni del feto che era nel grembo di nostra madre, quello che siamo oggi è quello che eravamo anche prima di nascere”. Insomma, sembra che anche attraverso l’arte contemporanea si possa difendere la vita umana. Siamo stati tutti embrioni una volta. Il nostro cuore è lo stesso che batteva a tre settimane dal concepimento. E anche l’arte prova a ricordarcelo.

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