IL CASO/ Chiara Rizzo, Matacena, Scajola? La galera farebbe meglio ai nostri moralisti

Amedeo Matacena a Dubai, la moglie Chiara Rizzo in un carcere francese in attesa di essere trasferita in Italia. E la gogna mediatica (e moralistica) nostrana. MONICA MONDO

17.05.2014 - Monica Mondo
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Carcere - Infophoto

Amedeo Matacena, imprenditore ed ex parlamentare, parla da Dubai, dove è bloccato, a disposizione delle autorità, in attesa di stabilire se avverrà o no l’estradizione in Italia, per essere arrestato. Truffe, corruzione, e non è la prima volta. Ha già parlato più volte, alle telecamere delle nostre tv, e ancora ieri, giurando la sua estraneità alle accuse e l’assurdità delle accuse stesse, con relativi conti e traffici segreti. 

Gli fanno vedere una foto che lo ritrae con la moglie, Chiara Rizzo, attualmente in un carcere francese da dove sarà porta in Italia, la settimana prossima. È accusata di aver aiutato la fuga del marito. Che si commuove, e ne spiega i motivi: pensare a lei, così solare, che soffre di claustrofobia, che ha una vera mania per l’igiene, in una cella stretta, sporca… Fenomenologia del mostro: ma come, diranno i moralisti nostrani, ti beccano con le mani nel sacco, la tua signora favorisce la tua latitanza, insieme all’amico molto onorevole, e piagnucoli perché la consorte non ha un bagno all’altezza della villa in Costa Azzurra? 

Con la situazione delle patrie galere, non pare davvero il problema più grave ed urgente. Chiusa moraleggiante, appunto: gli sta bene marcire in carcere, a gente così, per scontare la boria, i soldi facili, le frequentazioni altolocate, e perfino la bellezza. Non di Matacena, che la fisiognomica non aiuta, ma della bella compagna sì. Il populismo può esultare, di questi tempi giustizia sociale è fatta, ne hanno messi dentro un bel po’. 

Il punto è che queste vergognose qualità, commendevoli per passare attraverso la cruna d’un ago, non sono reati. Né la ricchezza, né la presunzione, né la vanità. Sono reati la corruzione, l’associazione a delinquere. Ho seri dubbi che sia un reato, fuorché in Italia, il concorso esterno in associazione criminale. E ho non dubbi, ma la certezza che la custodia cautelare, o preventiva che dir si voglia, sia contraria al diritto e al rispetto della persona, tanto più se dura anni, e può essere occasione di abuso della magistratura, reiterandola di mesi e mesi. Per questo uno ha il terrore di presentarsi alla giustizia italiana. Per le condizioni del sistema carcerario, ci mancherebbe. Perché non sai quanto ti toccherà, e nemmeno perché, nel dettaglio. Per il giustizialismo serpeggiante, soprattutto se sei danaroso e potente. Capisco benissimo il disagio della signora Chiara Rizzo, la disperazione, come capisco quella di Genovese, e di Scajola. 

Non credo che siano socialmente pericolosi (manco Corona, lo è), ritengo che una custodia cautelare e il blocco totale dei beni sarebbero misure più che sufficienti, in attesa di verificare la loro colpevolezza. Sappiamo che le carte abbondano, e ci vorrà parecchio tempo a trasformarle in prove. 

E un paese civile non toglie la libertà a un individuo in assenza di prove. Questo vale anche per i poveracci, mi si obietterà. Infatti. Il discrimine è la pericolosità sociale, l’evidenza e l’odiosità del reato. È particolarmente odioso aver preso e dato mazzette per i propri traffici. Ma  incominciamo intanto a metter dentro quelli che sparano, spacciano, violentano, trattano i nuovi schiavi. Agli altri, basta nell’immediato sequestrare i conti in banca o le ville e il più rapidamente possibile formulare accuse chiare e pene eque e certe, senza ascoltare le piazze, senza tener conto di scadenze elettorali, senza vivere con l’ossessione sempre e comunque dell’aleggiante ombra di Berlusconi.

Che poi, avviso fin d’ora i tutori dell’ordine: se arrestassero mio marito, mio figlio, mio padre, mi preoccuperei moltissimo della pulizia dei materassi, o del bagno, della qualità del cibo; di più, farei tutto, ma tutto il possibile per tirarli fuori, con tutti i mezzi a mia disposizione. Sono una criminale? Trovo ipocrita il refrain della fiducia nella magistratura. Tra parentesi, giudici responsabili terrebbero conto che lady Champagne (la chiamano così, e questo non l’aiuta) ha un figlio ragazzino. Qualcuno si è preoccupato di lui, o si crede che i soldi lo solleveranno dall’umiliazione, dalla solitudine? Vale per tutte le madri non assassine e violente, naturalmente. Per quelle belle e per quelle brutte, per quelle ricche e per quelle povere. Ma vale anche per chi si faceva fotografare sdraiata, guainata di pelle su uno yacht, per quanto ci risulti antipatica e fuori dalle righe. Anche se avesse avuto una storia con l’ex ministro. 

Mi spaventano le gogne, parlamentari e mediatiche, e mi spaventa chi le favorisce o le accetta, per qualche manciata di voti.

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