SPILLO/ Si salvi chi può, a scuola arrivano i “giacobini” del budino

- Sergio Bianchini

Il dolce a fine pasto? Non per tutti. Lo ha deciso Il sindaco di Pomezia Fabio Nucci (M5S) dopo averlo concordato con le famiglie. C’è chi grida alla discriminazione. SERGIO BIANCHINI

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Il dolce discrezionale e a pagamento in mensa: che problema enorme. Il sindaco di Pomezia Fabio Nucci (M5S) invita a sdrammatizzare e ne fa, banalmente, uun problema di costi; il presidente del Lazio Nicola Zingaretti si straccia le vesti e grida alla “vergogna”, “ridicolo e umiliante per i bambini” lo definisce il presidente dell’Anci, Piero Fassino.

Evidentemente ci sono persone che non riescono a sopportare nessuna diversità e usano le loro paranoie per regalare al mondo i loro tormenti. Prima obiezione allo sdegno dei difensori della mensa uguale per tutti: il dolce non è più un segno di ricchezza e benessere, anzi, ormai da decenni i ricchi sono magri e fanno diete salutiste, mentre i “poveri” spesso tendono all’obesità.

È vero che non è possibile organizzare per dei bambini una mensa a self service, come in qualunque posto di lavoro o nelle scuole superiori, dove ogni commensale si comporrebbe il vassoio a proprio gusto. Ma non facciamone, per favore, una battaglia di eguaglianza. La la realtà è che le differenze economiche si manifestano oggi in moltissimi livelli ben più significativi del fine pranzo, come il cellulare, il vestito, e tanto altro. Esse sono, semplicemente, un fatto: esistono nella nostra società, sono riconosciute dalla legge, ammesse dall’opinione pubblica, e non possono essere demonizzate. Nella Cina comunista, negli anno 80, dopo aver accertato che senza libero mercato non poteva esserci sviluppo, Deng Xiaoping lanciò le riforme economiche e fece mettere in costituzione un articolo in cui si dice che lo stato protegge la proprietà dei beni acquisiti legalmente.

Il fatto è che siamo vittime di uno sdegnoso ed ansiogeno dogma dell’uniformità totale, che costituisce un enorme blocco sul terreno psicologico e su quello organizzativo, sia nella scuola che nella società. Non ho ben capito dove sia la fonte primaria di questa vera e propria ossessione. Non mi risulta essere in alcuna delle culture fondamentali tradizionali del paese, quella cattolica, quella socialista e quella liberale. Fa parte invece di quell’onda furibonda e distruggitrice che da 30 anni spazza il paese ed impedisce di concepire una vera, semplice, chiara e sostenibile innovazione, dove siano ben definiti, e garantiti davvero, i termini fondamentali essenziali della cittadinanza e contemporaneamente siano lasciati ampi margini all’iniziativa ed alle differenze delle persone.

Questo sistematico attacco a qualunque differenza è l’essenza della vera e propria dittatura culturale ed organizzativa che vige nella scuola di stato da parte di una minoranza sostenuta dai media. Ed è in realtà la vera copertura dell’immobilismo, della conservazione e della stagnazione ineguale.

È la stessa minoranza che ha impedito di costruire il curricolo scolastico essenziale uguale per tutti lasciando margini di scelta personale nelle discipline e nel carico di lavoro degli studenti.

È la stessa minoranza che vorrebbe (a differenza di tutti i paesi evoluti) una scuola unica uguale per tutti fino a 18 anni e che solo la penuria economica ha stoppato. Per costoro l’uscita dal paradiso egualitario e l’ingresso nel diabolico mondo reale deve essere spostato il più avanti possibile.

Credono di essere i difensori della serenità dei bambini ed invece sono sistematici diffusori di tensione e di ipercriticismo che ormai è diventato la copertura generale e apparentemente morale dell’inettitudine sia personale che di gruppo. L’eccesso di tensione egualitaristica sta ormai generando perfino disadattamento, rifiuto nevrotico della propria condizione organizzativa reale, dalla famiglia di nascita al proprio corpo.

E così la capacità di iniziativa e la creatività differenziata si assopiscono ed aumenta lo scontento e l’attesa che lo stato e la legge risolvano tutte le questioni.

Ma voglio ampliare ancora l’esperimento mentale per evidenziare la ridicolaggine del tormentone egualitaristico italiano. Supponiamo di essere in una realtà totalmente comunista, dove il reddito sia uguale per tutti. Non ci sarebbero differenze di gestione tra le famiglie, sul numero di figli, sulla casa, sulle vacanze, sulla gestione concreta del reddito? Non potrebbe esserci una famiglia più attenta all’alimentazione ed una più attenta alle relazioni parentali alle amicizie o altro? Non ci sarebbero evoluzioni anche nella singola persona rispetto alle priorità esistenziali? E la libertà di azione e scelta personali non sarebbero fondamentali per l’appagamento della persona? E l’accettazione anche di vicende sfavorevoli (entro limiti socialmente e palesemente e universalmente considerati accettabili) non sarebbe una utile occasione di esperienza e di crescita personale ed uno stimolo per l’iniziativa?

Ho messo tra parentesi alcune parole chiave: “entro limiti socialmente e palesemente e universalmente considerati accettabili” per garantire il discorso dal soggettivismo totale e dalla astoricità. Quello del dolce discrezionale a fine pasto mi sembra proprio dentro questi limiti. Salvo prova contraria, dovuta magari a reazioni spropositate ed inconsulte che tendono ad aumentare.

Chi l’avrebbe detto? Forse anche un budino libero può aiutare l’Italia a liberarsi dall’ansiosa dittatura dell’iperegualitarismo. Ma non vorremmo peccare di ottimismo e ingenuità.

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