CROCIFISSI IN SIRIA/ Sbai: è l’odio degli islamici “convertiti” in Occidente

- Souad Sbai

Nuovo episodio di efferata violenza islamista a Raqqa, in Siria, dove gli estremisti di Isil (Stato islamico dell’Iraq e del levante) hanno crocifisso due uomini. SOUAD SBAI

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Persecuzioni anticristiane a Raqqa (Siria), "capitale" dell'Is, nel maggio scorso (Immagine d'archivio)

Come sempre l’Occidente non ha avuto il coraggio di interrogarsi su quel che ha visto. O meglio, su quel che gli è stato fatto vedere. Ho dato una veloce scorsa al web e mi sono accorta che la costante che ha caratterizzato tutti i sommovimenti del mondo arabo di questi anni è rimasta tale anche dopo aver visto uomini crocifissi in Siria: nessuno si è chiesto perché. Nessuno ha avuto l’onestà intellettuale, o il coraggio lascio a voi decidere, di farsi delle domande. Badate bene, le risposte sui perché relativi alla cronaca sono di poco valore rispetto ai significati intrinseci di un gesto così plateale ma allo stesso tempo così profondamente iconoclasta. Nessuno si è chiesto il perché di un rituale di punizione e di morte così insolito da quelle parti e che affonda le sue radici in ben altra tradizione, quella romana antica, che era solita usare questa forma di esecuzione per dare l’esempio. 

La vicenda di Spartaco e della rivolta degli schiavi, in questo senso, rende bene l’idea di come l’esser crocifissi non spettasse specificamente ai cristiani bensì a tutti coloro che si rendevano colpevoli di reati di vario genere, spesso particolarmente gravi. È indubitabile che migliaia di cristiani, nel periodo delle persecuzioni più feroci, finirono inchiodati ad una croce ma l’identificazione fra l’una e l’altra cosa è di stretta derivazione occidentale. Nell’altra sponda del Mediterraneo le cose venivano viste in maniera assai diversa. Non farsi delle domande sull’episodio dei crocifissi in Siria, di cui i media parlano con una capacità di sintesi che definire sospetta è dir poco, equivale a non valutare i fatti secondo precise coordinate storiche. Se è vero che in Europa il cristianesimo ha dominato per secoli e con esso tutta la tradizione di cui sopra abbiamo accennato, è altrettanto vero che dall’altra parte furono gli Ottomani ad avere la meglio portando con sé abitudini che ancora oggi risaltano, nel bene e nel male. Il taglio della testa era la peculiarità delle esecuzioni a quelle latitudini e ancora oggi in ambienti estremisti è la regola. Di crocifissioni, estintesi con la civiltà tardo-romana, nemmeno l’ombra.  

Allora perché quei crocifissi in Siria? Quale significato assumono oggi e da dove viene l’idea? Perché il cartello “delinquenti nemici dei musulmani?” Non farsi queste domande implica il non capire, o magari non voler capire, che il messaggio è rivolto a questa parte del mondo. E viene, con ogni probabilità, da chi si è convertito all’islam, divenendo più duro dei duri, più estremo degli estremisti, che di certo non maneggiano così agevolmente una simbologia di cui non conoscono le radici profonde. È un gesto preciso, che nella sua incongruenza con l’ambiente  circostante e grazie ad una mirata pubblicazione virale su Twitter diventa dirompente. Due uomini crocifissi, cartelli appesi addosso, sangue tutt’intorno. 

Una scena troppo ben congegnata per essere casuale o risultato della volontà punitiva di un qualsiasi jihadista locale, per quanto sanguinario voglia o possa essere. È la riproposizione della scena con la quale la croce è divenuta simbolo dei cristiani, posta però in un ambiente scenicamente e visivamente opposto. E costruita da chi è partito dall’Europa, dopo essersi convertito ad un islam jihadista, per andare a combattere la guerra in Siria e morire ammazzato, come il rapper tedesco Deso Dogg la settimana scorsa, come tantissimi altri; e anche qui nessuno si è chiesto quante migliaia di “jihadisti occidentali” siano andati a combattere una guerra di odio e di vilipendio dei simboli ormai ritenuti nemici. E qualcuno è poi anche tornato in Italia e in Europa dopo essersi fatto fotografare intento ad uccidere. Nomi e cognomi non sta a me farli. 

La decontestualizzazione mirata e studiata dell’evento fondante la simbologia cristiana, per lanciare un messaggio. Appropriarsi di un simbolo così potente, dopo averlo rinnegato, è idea e concetto che appartiene non al mondo islamico originario bensì a chi vi si è avvicinato dopo, convertendosi e prendendone le orme più nefaste e nocive. Da quell’ambiente, che in Italia e in Europa gode di così buoni uffici con la politica e l’alta società, arriva un messaggio inquietante nella sua evidente volontà distruttiva. Al fine arriviamo a capire perché nessuno si fatto delle domande e tutti si sono limitati a riproporre supinamente quelle immagini: costa troppo a chi non ha coraggio, capire che altri si sono appropriati con la forza del simbolo più potente, per poi utilizzarlo come specchio di una civiltà al collasso, incapace di chiedersi il perché della propria debolezza e di intravedere le radici della propria decadenza. Per scampare alla quale resta, dopo le lacrime, solo la preghiera. 

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