IL FATTO/ Ostetrica, la mamma delle mamme

- Maddalena Bertolini

Il cinque maggio ricorre la Giornata Internazionale dell’ostetrica, MADDALENA BERTOLINI racconta la bellezza del suo mestiere, che prevede un’infinità di atti d’amore

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Certo non si ricorda spesso ma il cinque maggio ricorre la Giornata Internazionale dell’ostetrica, una donna speciale che tutti abbiamo incontrato almeno una volta nella vita; i più si stupiranno di tale affermazione, ma ognuno di noi ha ricevuto il primo abbraccio proprio da un’ostetrica. Sue quelle mani di donna che ci hanno accarezzato la testa, il primo tocco, sue le mani che ci hanno avvolto in un panno caldo per il nostro primo brivido di freddo…

Fare l’ostetrica prevede un’infinita serie di atti d’amore. Anzi, spingendosi oltre, noi che abbiamo scelto proprio questa professione assistiamo continuamente al miracoloso compiersi dell’amore, alla sua incarnazione, la sua moltiplicazione. Siamo assistenti alla gioia, spettatrici non passive e impassibili di uno dei giorni memorabili dell’esistenza umana: a ogni compleanno che festeggiamo, nostro o dei nostri figli, chi si ricorda di quella figura che ha tagliato il cordone ombelicale consegnandoci al mondo?

Potrei continuare su questa linea per pagine intere, ma penso abbiate capito quanto sia davvero speciale questo lavoro, un lavoro soprattutto d’amore. Perché per farlo bene bisogna continuamente fare i conti con questo sentimento, così sconvolgente e umano; e dentro questo stare è necessario essere professionali, preparate, aggiornate, competenti.

Insomma, per noi si tratta di mettere continuamente a confronto l’essere umano con la medicina, la natura e la scienza, lavorare per cercare l’equilibrio della salute, attivarsi prontamente per “soccorrere” nel momento della patologia, che è rischiosa, rischiosissima, riguarda due vite insieme. Avrete capito quanto sia affascinante questo mestiere, quanta passione occorre, quanta competenza. Ma non comincia tutto, né finisce, con la nascita. L’ostetrica è presente a fianco di tutta la vita della donna, che sia madre, figlia, nonna. Questa parola di origine latina ha un significato proprio e preciso: è un po’ ostica, fa pensare a ospedali e lettini ginecologici, ma non è tale la sua natura: “o-stetrica” è “colei che sta” preceduta dalla particella “ob-” che in latino ha tante sfumature: di fronte, al fianco, dietro, come sostegno, come muro d’appoggio… è più dolce certo la vecchia parola “mammana” che sa di culla e nanna… più pettegola la “comare”…

Il significato è consunto e alterato dagli anni ma la mammana è “la mamma della mamma” e l’altra è la “con-madre”, comare appunto, che viene a sapere tutto di tutti, chi è figlio e di chi è il padre, quando assisteva nelle case, nei castelli, nei conventi… 

Buone sono le levatrici (altra parola in disuso, “colei che al-leva-via il dolore”) nominate dalla Bibbia che non hanno il cuore di obbedire agli Egiziani e denunciare i figli maschi delle donne Ebree: Mosè è salvato in primo luogo dall’ostetrica prudente, lei tace a rischio della vita. Pare, nonostante tutto, che anche la Madonna abbia avuto la sua levatrice, una vedova povera e buona che vedendola sofferente la seguì… di cui nessuno si ricorda, ovviamente. Questa giornata però è fatta proprio per ricordare, per spalancare gli occhi della gente su questa figura, sulla donna che si siede a fianco della madre, anzi, ormai vogliamo dire che si alza e va incontro a tutte le donne per sostenerle nella loro femminilità. Il nostro mestiere è molto cambiato, soprattutto negli ultimi trent’anni, abbiamo camminato, o per meglio dire corso, con i progressi della Scienza Ostetrica, che ha ridotto di gran lunga la mortalità perinatale, che ha incentivato l’ospedalizzazione, che ha spianato la strada alla prevenzione.

Le ostetriche hanno oggi un percorso di studio ben definito, una Laurea, un Ordine Professionale, un Collegio che le rappresenta, un mansionario ben definito, una specifica Autonomia Professionale. La sfida che portiamo è sempre la stessa, amorosa e audace: stare accanto a ogni donna, nel suo percorso di vita, nella sua sessualità, fecondità e salute. Ciò comprende moltissimi aspetti e molte sfumature, ma il soggetto è unico; non il solo però. Accanto, dentro, alla donna c’è il bambino, che ha fratelli, il padre, la famiglia intera. Il nostro sguardo deve essere ampio, continuamente sfidato dal progresso della scienza medica e sempre legato alla salute delle persone: salute intesa come bene-essere, comprensiva di corpo e sentimento.

Oggi in Italia si ricorre troppo al taglio cesareo, il parto non è più visto come evento naturale, spesso è solo considerato un rischio; ma tale concetto, così ansiogeno e dunque pericoloso, si estende sempre di più all’intero corpo della donna, alla gravidanza, alla sua salute: essere sani pare non sia più la condizione naturale, ma una continua rincorsa, un equilibrio quasi irraggiungibile. Il quadro si è rovesciato, rispetto al passato… Contrariamente però la maggior parte delle donne di oggi è molto più sana, i loro bambini sono più sani, i loro parti fisiologici: è giusto che sia salvaguardato il loro benessere, è giusto che si sappia ormai ben distinguere il rischio, ne abbiamo i mezzi e le competenze. È giusto garantire parti “naturali” cioè con alto contenuto di umanità, di assistenza individuale, attenzione ai bisogni della singola persona e della coppia.

Fermo restando quella componente imponderabile, quella percentuale calcolata statisticamente, di imprevedibile, che rende la vita in quanto tale umana: l’uomo non è onnipotente, per fortuna. Ma l’uomo ha dalla sua un patrimonio di sentimenti e emozioni che si esprimono attraverso il suo corpo, che ne costituiscono il suo essere: garantire l’attenzione alla sua vita e alla sua salute è chiaramente imprescindibile da questo. Un’ostetrica lo sa bene: una buona nascita non può essere tale se non dentro un clima di rispetto, attenzione, empatia; nessun abbraccio può essere sostituito dalla perfezione tecnologica.

Ecco chi siamo, allora: siamo figure qualificate, competenti, laureate; ma soprattutto persone appassionate, che sanno dosare un analgesico, ma anche distinguere il dolore che ha bisogno solo di una carezza, di una parola, un panno caldo.

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