CASO DALAI LAMA/ Se un buddista è più libero di noi

- Mauro Leonardi

Il “Corriere della Sera” ha pubblicato una intervista al Dalai Lama. Si dice libero nonostante abbia avuto, fina da due anni, una educazione imposta. Il commento di MAURO LEONARDI

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foto: Infophoto

È come se Jorge Mario Bergoglio fosse diventato Papa Francesco nel 1938, cioè quando aveva due anni. Il Dalai Lama, colui che chiamano Santità, nove milioni di followers su twitter, una persona splendida capace di dire e vivere cose molto sagge e libere è stato tolto alla sua famiglia a due anni per essere indottrinato e diventare il capo del buddismo tibetano, e ora dice: “l’autodisciplina non dev’essere una regola imposta”. Sono confuso. Io, che conosco mamme che con figli di venticinque anni si chiedono ancora se non era meglio mandarli all’asilo Montessori perché lì il bambino viene rispettato e lasciato libero, di fronte al testo e al video dell’intervista di ieri sul Corriere al Dalai Lama sono andato in crisi. Questa cosa è più strana da capire della reincarnazione o di altro che non so neanche pronunciare per bene. Il 16 luglio 1935 un bambino di due anni è stato riconosciuto come incarnazione di qualcuno e in base a questa convinzione gli è stata sottratta la vita e totalmente la libertà e costui, invece di essere una persona per lo meno disturbata, dice: “è la libertà dell’individuo che conta”. 

Quest’uomo sorride, è ironico, e non è attaccato alle cose, neanche al fatto che il suo ruolo di Dalai Lama possa un giorno scomparire. Il buddismo, dice, veniva prima. Incredibile che la libertà da un ruolo nasca da un uomo che è stato formato per essere quel ruolo che è diventato, e che non ha potuto scegliere nulla. Allora la libertà, la bellezza della propria vita, uno ce l’ha dentro, e dipende da te e non dai condizianamenti esterni se in te cresce e fruttifica? Mi vengono i brividi lungo la schiena se penso in quali paludi è impastoiata la chiesa cattolica quando pensa ai seminari minori. Ho conosciuto un sacerdote, adesso molto giovane, che è entrato in seminario a undici anni. Ancora mi fischiano le orecchie per le urla della madre. Come si fa a fare un discernimento ragionevole se è così giovane, se lo isoli? No, non lo isoli. Sì, che lo isoli. E io a dare ragione a loro, ai genitori e poi però a dirmi che non avevo fede e visione soprannaturale, e allora poi ripartivo all’attacco. Follie. 

Devo dire però che alla fine della lettura dell’intervista al Dalai Lama, dal mio essere confuso usciva fuori un essere sollevato. Qualcosa di educativo è accaduto in me, insomma.

Perché, allora, tutti gli errori educativi – involontari sia chiaro, o al massimo dovuti all’ignoranza –   che ho fatto come prete, padre, madre, insegnante, non hanno il potere di uccidere la libertà, la bellezza che le persone a me affidate avevano dentro.

Una persona non può rifugiarsi nel fatto che è stata educata male fin da piccola, se non prende in mano la sua vita e non vive la sua libertà.

Perché un’uomo che è andato “in convento” a due anni sa parlare di autodisciplina come regola non imposta, di decisioni individuali, e di ragioni fondanti valide, e io no? Cosa si è inceppato in me che mi fa aver paura di essere educatore a mia volta? Che mi fa temere le scelte importanti? Perché, per noi, spesso, l’educazione è sinonimo, se non di repressione, almeno di limitazione?

Sta di fatto che per sua Santità è stato possibile educarsi, trovare sé stesso e parlare a me di qualcosa che mi piace oltremodo − la mia libertà interiore − anche se quella esteriore, secondo i miei canoni, non l’ha mai vissuta.

Le mie esperienze, la mia educazione di uomo occidentale, fanno scoppiare la paura che ho di dire anche un solo no di troppo ad un adolescente o ad un bambino. Ma quest’uomo segregato che a due anni ha avuto una vita imposta, mi dice che dentro l’uomo esiste una libertà così forte, che è possibile coltivarla anche in una situazione di segregazione dorata. Che non ci sono scuse. 

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