PAPA/ La febbre da film che vuol “sfruttare” Bergoglio

- Arturo Illia

Quasi fosse una improvvisa mania o moda, sono diversi i progetti di un film sulla vita del Papa. ARTURO ILLIA si chiede se sia veramente opportuno questo tipo di operazioni

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Tempo fa ebbi la sfortunata idea di occuparmi per conto di alcuni amici dell’organizzazione per presenziare all’udienza papale del mercoledì: la cosa non ha significato solo levatacce incredibili e giorni di code lunghissime per acquisire il biglietto, ma sopratutto la constatazione che, non fosse stato per l’immensità della Piazza San Pietro, avevo fatto un salto indietro agli anni Sessanta, quando ebbi la fortuna di assistere in quel di Milano a un concerto dei Beatles: nel contesto dello storico Vigorelli mi trovai circondato da una massa di persone degne di un approfondito studio antropologico per le reazioni deliranti che con la musica avevano ben poco a che fare.

Quei due giorni passati in Vaticano li ricorderò per un bel pezzo, soprattutto per aspetti poco gradevoli quali la quantità di spinte ricevute, la mancanza di qualsiasi disciplina da parte pure di gente proveniente da paesi che dovrebbero costituire un esempio del vivere civile. Il top si è riscontrato nel giro iniziale di papa Francesco attorno alla Piazza e qui la mente mi è tornata al concerto dei mitici “Fab Fours” di Liverpool.

Scrivo ciò perché è rimbalzata la notizia sui principali organi di stampa argentini della realizzazione di una pellicola su Bergoglio, interpretato “nientepopòdimenoche” da Antonio Banderas sotto la regia dell’italiano Daniele Lucchetti che si intitolerà “Chiamami Francesco”, basata sul libro di una giornalista argentina. In verità si tratta della terza o quarta pellicola in lavorazione, dato che ci sono due lavori argentini in corso d’ opera. Uno del regista Alejandro Agresti (“Historia de un sacerdote”), l’altro dal titolo “Recen por mi” (“Pregate per me”) basato su uno dei diecimila libri pubblicati sulla sua persona, anche in questo caso di una giornalista argentina. Per non parlare del film di Liliana Cavani sempre su Bergoglio, in lavorazione.

Apprezzo Bergoglio e credo di essere stato il primo a chiamarlo “Santità” dopo aver viaggiato con lui a Roma: l’ho fatto, gli dissi, perché lo consideravo la persona giusta al posto giusto per vedere di sanare le varie problematiche della Chiesa di oggi. Ribadisco il concetto e sono rimasto sorpreso nel vederlo parlare tantissimo anche di argomenti considerati tabù dai suoi predecessori. Non sono sorpreso che a tante parole siano succeduti pochi fatti, ma lo considero un uomo e non un “Superman” dotato di superpoteri. Per questo, in un mondo dove etica e morale sono optional e rarità museali, dove l’essere umano si sta trasformando da “sapiens” a “videns” a una velocità stratosferica, posso capire l’ansia della gente di potersi identificare (viste le delusioni dei vari potenti della terra) con un uomo che nei suoi discorsi incarna veramente il mondo che noi tutti vogliamo. Ma tutto mi pare debba avere il limite proprio di considerarlo un uomo e queste continue iniziative che credo mirino più a uno sfruttamento dell’ immagine che a opere artistiche degne di questo nome, non vanno in questa direzione. La pubblicità è l’anima del commercio penso sia uno slogan che con lui non funziona, perché i suoi discorsi ma specialmente i suoi trascorsi argentini lo portano lontanissimo da ciò.

Un giorno un carissimo amico mi disse che lo invitò a visitare il suo studio a Buenos Aires. Questi si mostrò sorpreso nel constatare che la sua area di lavoro era circoscritta allo spazio sufficiente a occupare una sedia e una scrivania mentre il resto della stanza pareva un deposito di un supermercato, tanto era colmo di derrate da distribuire durante le sue visite alle “villas miserias” di Buenos Aires e dintorni. No, non è un personaggio di consumo per niente.

Quindi che senso ha questa corsa alla “canonizzazione” mediatica di un uomo che finora ha solo iniziato un processo di cambiamento di una istituzione millenaria come la Chiesa? Cosa farà o dove lo porterà la sua fede non è dato sapere, quali saranno i suoi limiti nemmeno, ma certo queste operazioni, che ripeto poco hanno a che fare con il suo messaggio, rischiano di creare quell’aspettativa rivoluzionaria fatta di tempi brevissimi che non possono coincidere con il fine delle sue azioni.

Chissà perché, ma mi viene in mente l’esempio (calzante solo a livello di tempistica, sia chiaro) del Presidente Obama che manco aveva messo piede alla Casa Bianca e già riceveva il Premio Nobel per la pace: la storia dimostra che le rivoluzioni repentine, quasi sempre violente, hanno ottenuto alla fine l’instaurazione di poteri peggiori di quelli combattuti. Anche le rivoluzioni tecnologiche hanno avuto bisogno di tempo per imporsi: lasciamo che quest’uomo che parla il nostro linguaggio, che è deciso ma che sempre uomo è, possa mettere il suo granello di speranza al di fuori di circuiti commerciali e politici (si veda lo sfruttamento della sua figura da parte della presidente argentina che, da sua acerrima nemica, è diventata più papista del Papa utilizzandolo come carta per le prossime elezioni) e che Francesco, proprio come il poverello di Assisi, riesca a portare il suo messaggio all’umanità direttamente.

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