IL CASO/ Papa Francesco “assolve” gli zingari o critica il nostro odio?

- Mauro Leonardi

“Quando prendevo il bus a Roma e salivano nomadi, l’autista spesso diceva ai passeggeri: ‘Guardate i portafogli’. Questo è disprezzo”. Lo ha detto papa Francesco. MAURO LEONARDI

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Ieri Papa Francesco parlando ad un incontro con i promotori della pastorale con gli zingari ha rievocato un ricordo personale: «Quando prendevo il bus a Roma e salivano nomadi, l’autista spesso diceva ai passeggeri: ‘Guardate i portafogli’. Questo è disprezzo». Eccolo, è arrivato il momento in cui le parole del Papa accendono lo spot su di me. Sono io stavolta che alla parola zingari, stringo la borsa, la chiudo bene e ci metto una mano sopra.

Poi, se sono per strada, cambio marciapiede. Il Papa parla di disprezzo. Parola dura. “Peccatori” fa meno male. Se mi dici che sono una peccatore non mi scuoti molto ma se mi dici che disprezzo, cavolo, no, non ci sto. Io non disprezzo. Io sono la vittima derubata dagli zingari. Eppure “disprezzo” è per me. E non posso chiamarmi fuori con il ragionamento che ci “sono zingari e zingari”, perché “quelli col cartone davanti e la mano sotto, ti fregano mentre ci parli”, perché “sfruttano i bambini”, perché “vogliono stare nei campi nomadi per avere lo status di nomade”.

Non posso. Non posso perché, dice la Treccani, la mia lingua italiana, non il Papa, che “disprezzo” è il sentimento di chi “giustamente o ingiustamente ritiene una persona inferiore a sé e vile”. Ecco il punto che mi ha toccato. Pure se ho ragione, pure se me lo hanno fregato il portafoglio con la storia del cartone e della mano sotto, quel sentimento che si chiama disprezzo è sbagliato sempre. E io lo provo. E l’ho pure insegnato a chi amo e voglio proteggere.

Il problema è che ho paura. Ho paura perché, a ben guardare, le uniche differenze che sono pronto ad accettare, e mi sento pure un bravo cristiano, sono le differenze di carattere. Le differenze totali, di pelle, di vestiario, di cultura, di faccia, di lingua, di modi di vivere, io non le reggo. Mi spaventano. Se sei nomade perché non ti muovi? Perché ti accampi fisso vicino a casa mia? Ok, grazie Papa, quel disprezzo di cui parli, io lo provo. Non lo sapevo. Non me ne ero accorto che disprezzavo. Però, adesso non mi lasciare, cosa vuoi dirmi? Leggo i ritagli del tuo discorso e mi viene in mente, chissà perché, una frase che ripetiamo spesso: “il coraggio non te lo puoi dare da solo”; e scopro che è una delle tante sciocchezze che ci diciamo per legittimare la nostra pavidità. E mi torna in mente, ti torna in mente, quella volta che sei stato coraggioso. Era con l’amica di tua figlia, quella che non ti piaceva. 

Troppo chiusa. Non guarda negli occhi. Anzi, peggio, ti guarda ma non sorride. Cosa ha? Cosa nasconde? Non mi piace. Sono talmente abituato al like dei social che quello che non mi piace non lo so più guardare, capire, pensare ma giudico e metto via. Poi un giorno, con l’amica di tua figlia, hai passato una giornata tutti insieme, in macchina, l’hai guardata in mezzo agli altri, a tavola, mentre cantava, mentre camminava, ci hai parlato un po’ in gruppo e un po’ da sola, ed ecco che la sera, quella ragazza che era diversa, era solo timida. C’è voluta una giornata e un po’ di chiacchiere e una cosa da fare insieme. 

Allora voglio darmi un po’ di coraggio con gli zingari, un po’ di tempo, una cosa da fare insieme e due parole. Ti porto il passeggino che normalmente avrei dato in chiesa per le mamme incinte. Te lo porto. Non è che la pastorale con gli zingari si gioverà molto di questo mio atto. Ma c’è una cosa che invece gioverà molto a me, ed è questa: io non penserò, mentre ti do il passeggino, che te lo andrai a rivendere e che ti rimetterai il bambino al collo per fare più pena ed elemosinare di più. Ecco, stavolta io ti do il passeggino e penso che sto facendo una cosa con te e ti chiedo il nome del bambino così abbiamo detto una parola, due, io e te. Ci sarà meno disprezzo oggi a Roma, e io sono contento.

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