IL CASO/ Bravo Morosini, la Grazia non ha bisogno del Padrino

Mons. G. Fiorini Morosini, vescovo di Reggio Calabria, vuole colpire l’uso strumentale che la ‘ndrangheta fa della Chiesa. Niente più padrini ai sacramenti. Ha ragione? MAURO LEONARDI

02.07.2014 - Mauro Leonardi
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Monsignor G. Fiorini Morosini, vescovo di R. Calabria (Immagine d'archivio)

Fiero di questo vescovo. Visto che non riesce ad ostacolare l’uso strumentale che la ‘ndrangheta fa dei sacramenti, il supremo pastore di Reggio Calabria – Giuseppe Fiorini Morosini – propone di abolire per dieci anni i padrini dei sacramenti del Battesimo e della Cresima. È un esperimento allo studio, Francesco lo conosce, lo incoraggia e io (nel mio piccolo) applaudo. Non “plaudo”: batto proprio le mani perché è una cosa da standing ovation. Non si erano ancora freddati i computer che avevano digitato la notizia della scomunica ai mafiosi pronunciata dal Papa alla piana di Sibari lo scorso 21 giugno, che molti spiegavano che in realtà stava parlando solo dello stato di grazia persa da chi è nel peccato. Perché, proseguivano, la lotta ai mafiosi è una questione non da chiesa, non da anime, ma da società civile e da struttura giudiziaria. Perché è difficile dire chi è mafioso e chi non lo è e magari è solo colluso o simpatizzante. Perché i cuori dell’uomo li conosce solo Dio. Perché per mafia e n’drangheta non c’è bisogno delle scomuniche delle gerarchie ecclesiastiche ma delle sentenze dei giudici. 

Invece io applaudo perché l’arcivescovo Morosini ci fa riaprire i computer e ci fa capire che il gesto emblematico della sospensione dei padrini che lui propone, va a colpire – come la scomunica – non il peccato, ma la struttura sociale del peccato. Perché un peccato “con scomunica” non è in sé stesso un peccato più grave di altri ma è un peccato per il quale, secondo l’autorità ecclesiastica, c’è bisogno di un particolare segno sociale – la scomunica o qualcosa ad hoc come proposto da Morosini – per dire che quella cosa è un delitto. 

Ci sono abomini che sono già tali nella sensibilità comune e quindi per essi non c’è bisogno della sanzione pubblica, della scomunica. Per esempio mai si parla di scomunicare l’assassino di Yara Gambirasio, perché non c’è angolo di società che non veda con ribrezzo quanto è avvenuto. Invece quando il peccato è sociale, quando c’è la struttura di peccato (e di questo si parla quando si parla di ‘ndrangheta) significa che si è persa la sensibilità rispetto al vizio. E allora c’è bisogno che la chiesa alzi la voce. E quando diciamo “struttura di peccato” il nostro pensiero non deve andare per forza ai narcotrafficanti colombiani ma anche – sebbene su un piano diverso – alla microeconomia di una cittadina in cui è ovvio che l’idraulico e l’elettricista lavorano in nero, oppure che per ottenere dall’amministrazione pubblica ciò che è di diritto bisogna ricorrere alla raccomandazione o anche, semplicemente, che non c’è problema ad usare a casa propria mezzi e strumenti che sono dell’ufficio. 

Non sto dicendo che tutte queste situazioni richiedano la scomunica, ma voglio rendere evidente quanto una consuetudine comune, sociale, comunitaria, a favore del peccato e dell’errore, renda difficile non perdere la sensibilità verso il medesimo. A questo servono gesti come quelli proposti da Morosini. Quindi la scomunica – come la sospensione dei padrini – ci sta come fatto, ci sta come cosa che serve: perché serve alla chiesa che è la sua gente. È un gesto che fa la sua parte. Comincia a scuotere le fondamenta. A fare fatti. Il Padrino, il film, lo metteva in scena, ma non era una scena, era la drammatica verità. Era un set ma era ciò che accade. I padrini di battesimo diventano Padrini di onore.

Il bambino muore e rinasce in Cristo con il battesimo, e con lo stesso battesimo nasce un Padrino. Per questo Morosini vuole sospenderli. Nei campi di grano, oltre la gramigna sono “nate” delle comode ville abusive che hanno ottenuto negli anni il condono della coscienza. Ci siamo abituati a vederle spuntare, mattone dopo mattone, e a vederle abitare e, forse, ad abitarle. Questa è una struttura di peccato, non è il peccato interiore e punto. Non è il cuore dell’uomo che non possiamo giudicare ma è il villone nel campo di grano. È la gramigna fiorita, che alla fine ci siamo fatti i mazzi e ci abbiamo arredato casa e la coscienza ha condonato tutto. 

Morosini non può buttare giù tutte le case ma può dire che l’atto iniziale, l’atto con cui la nostra vita nasce, quell’atto, ora, sarà sorretto solo dalle mani dei genitori e del prete. Non ci saranno fiori di gramigna. Niente fiori se non riusciamo a riconoscerne i buoni. Morosini non sta falciando grano e gramigna ma mette mano all’aratro. Dice giù le mani dalle culle. Giù le mani dall’acqua santa, dall’acqua di un sacramento che mi fa morire, per rivivere per sempre. 

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