IL CASO/ Se Bartali salvò l’Italia, Nibali sbloccherà le riforme?

- Giovanni Cominelli

Tre protagonisti del 15 luglio 1948: Gino Bartali, De Gasperi, Togliatti. E oggi? Vincenzo Nibali, Renzi, Grillo e Berlusconi. Cosa è cambiato? Il commento di GIOVANNI COMINELLI

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Vincenzo Nibali, il leader dell'Astana

Nibali, simbolo del riscatto dell’Italia, che resta dispersa nella crisi, mentre gli altri Paesi ne stanno lentamente uscendo? Nibali, simbolo di un ciclismo senza doping? Nibali, il bravo ragazzo di Messina che vince sui Vosgi, sulle Alpi, sui Pirenei, in terra straniera, dopo Marco Pantani, Felice Gimondi, Gastone Nencini, Fausto Coppi, Gino Bartali, Ottavio Bottecchia è un esempio, di sicuro, per i giovani e per gli adulti, per gli sportivi e per i politici: parole poche, fatti molti, niente trucchi bio-chimici.

A chi ha seguito le vicende dei Giri – da quello d’Italia, al Tour, alla Vuelta – fin da quando ha potuto sentire una radio o leggere un giornale, la conclusione del Tour 2014, con un italiano che vince il Tour, dopo l’ultima volta di Pantani nel 1998, richiama antiche storie e leggende. La più raccontata è quella del Tour del 1948, iniziato il 30 giugno e finito il 25 luglio, vinto da Gino Bartali, dopo aver tagliato per primo il traguardo di tappa per ben 7 volte. L’Italia attraversava una crisi gravissima, più politica che economica. Dal punto in cui ci trovavamo, dopo la guerra, non potevamo che crescere dal punto di vista economico. Ma dal punto di vista politico, in quel luglio 1948 le scosse di assestamento, dopo la bruciante sconfitta subita dalle sinistre il 18 aprile, toccarono i gradi più alti della scala Mercalli. A fatica, la consistente minoranza del Pci – quella che durante la Resistenza aveva imbracciato il fucile contro i nazifascisti e che aveva fatto pressione su Togliatti per non lasciarlo più, finché non si fosse fatto “come in Russia” – aveva accettato il responso delle urne, dove l’Italia cattolica aveva stravinto, contro ogni previsione. Palmiro Togliatti, con tutto il realismo appreso alla scuola di Stalin, si era subito adeguato alla situazione mutata. La rivoluzione era diventata “democrazia progressiva”, che sarebbe arrivata, forse, ma molto lentamente, forse…

Intanto i rapporti di forza erano cambiati, a quelli bisognava sottomettersi. A disturbare questa relativamente tranquilla gestione togliattiana del dopo-18 aprile fu l’attentato contro il segretario del Pci ad opera di uno studente di destra, il 14 luglio. Solo la Madonna pellegrina, che partita da Fatima, si era messa in viaggio per tutta l’Europa, per convogliare su Roma milioni di pellegrini in vista dell’Anno santo del 1950, deve aver salvato il cervello di Togliatti dalla pallottola fatale, che fu respinta dall’osso del cranio. Tuttavia, le condizioni all’inizio apparvero gravi. Le sinistre e i sindacati si mobilitarono immediatamente; le armi, che non erano state consegnate alle Forze alleate dopo il 1945, furono riprese già bene oliate dai fienili, dalle stalle, dalle tombe; a Milano Gaspare Pajetta occupò la questura con i suoi partigiani, meritandosi, qualche giorno più tardi, da un Togliatti già ristabilito l’irridente domanda: “e adesso!?”.

E qui arriva, secondo la leggenda, Gino Bartali, il cattolicissimo toscano, che i francesi chiamavano, non senza ironia volterriana, “le Pieux”, Gino il Pio. Che il giorno dopo il 14 luglio va in fuga, nella tappa Cannes-Briançon, passa per primo sul mitico Izoard, riduce a un minuto il distacco da Louison Bobet. Nei giorni successivi Bartali agguanterà la maglia gialla a Louison Bobet e non la lascerà più fino a Parigi. Aveva vinto dieci anni prima, nel 1938. La sua epica giornata catalizzò l’attenzione dell’Italia, dal Parlamento in giù, distraendola dalle tensioni da pre-guerra civile. Così la leggenda.

Tre protagonisti del 15 luglio 1948: Gino Bartali, De Gasperi, Togliatti… E oggi? Vincenzo Nibali, Renzi, Grillo, Berlusconi… Dalle grandi passioni alle “passioni tristi”? Nooo! Troppo facile e troppo inutile cadere nella tentazione della nostalgia. Quanto ai ciclisti: i grandi campioni dell’epoca usavano biciclette antidiluviane, non facevano i massaggi la sera, non sapevano cos’era un frequenziometro, ma ingollavano dei micidiali beveroni, sulla cui composizione è sempre stata mantenuta una rigorosa discrezione. Chi aveva il “fisico bestiale” per assimilarli vinceva, gli altri facevano i gregari. Con il passare degli anni la composizione chimica dei “beveroni” si è fatta più scientifica e più potente. E’ stato calcolato che all’epoca di Bjoerne Rijs, di Pantani, di Amstrong il Nibali senza Epo sarebbe arrivato ventesimo sull’Izoard. Meglio oggi, dunque!

Quanto ai politici… La nostalgia, qui, è lecita. Il merito di aver sedato le piazze il 15 luglio 1948 fu di Togliatti, in primo luogo, e di De Gasperi, che mostrò assai più intelligenza di Mario Scelba, il ministro dell’Interno, maniaco dei caroselli della Celere. Ma neppure i politici di adesso si illudano che basti una vittoria sportiva per far “cambiare verso” né per far cessare la pacifica guerra civile a bassa intensità che percorre il Paese da anni, e che essi hanno per primi innescato e sulla quale hanno investito.

Forse Nibali sarà ricevuto a Palazzo Chigi. Potrà dare un solo consiglio a Renzi: pedalare, pedalare, pedalare…

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